Analisi tattica

Un anno di Inter

‹‹Abbiamo iniziato la stagione pressando molto alti, l’anno scorso avevamo fatto molto bene…siamo ripartiti con la stessa identità ma gli avversari ci avevano studiato e avevano trovato le contromisure. Allora abbiamo cambiato, abbiamo capito come trovare l’equilibrio››.

Antonio Conte 

La storia tattica dell’Inter, che si appresta a vincere il 19° scudetto della sua storia, è particolarmente interessante.

Ad inizio anno i nerazzurri avevano approcciato la stagione in modo spregiudicato, cercando di innestare un trequartista di ruolo che giocasse alle spalle delle punte.

Il 3-4-1-2 era stato scelto da Conte come schema base per favorire l’inserimento di Eriksen ma si era successivamente sviluppato attraverso i movimenti in avanti di Barella, che andava a occupare la posizione di trequartista partendo da mezzala.

Questa soluzione, unita ad un atteggiamento più offensivo, aveva creato qualche problema ad una squadra che improvvisamente si era ritrovata senza equilibrio, con una costruzione 3+1 (i tre difensori più Brozovic) e cinque invasori (i due esterni, i due attaccanti e appunto Barella) che permetteva ai nerazzurri di creare sì molto, al costo però di concedere troppo.

In quel momento, con i meccanismi della fase difensiva non ancora oliati, l’Inter faceva fatica a difendere, soprattutto in transizione. A queste difficoltà si aggiungevano poi gli errori individuali di alcuni elementi (come Kolarov) che acuivano le problematiche difensive, contribuendo al flop in Champions.

La deviazione verso un calcio proattivo aveva riguardato anche la fase difensiva con la squadra di Conte che cercava di andare a prendere gli avversari fin dalla prima costruzione.

In pratica, l’Inter si presentava come una squadra che cercava di dettare il contesto tramite il possesso in fase offensiva e attraverso una pressione avanzata in quella difensiva (cfr. Newsletter de La Gabbia). Non a caso, fino alla partita di fine ottobre col Parma, i nerazzurri avevano l’indice PPDA più basso del campionato (6.40).

A partire dalla successiva sfida contro l’Atalanta (con l’eccezione della partita col Torino di una ventina di giorni dopo, che l’Inter affrontò con baricentro alto e con Vidal trequartista) Conte ha abbandonato l’idea di giocare col trequartista, tornando al 3-5-2 classico impiegato all’inizio della sua avventura nerazzurra e riproponendo una squadra che difendesse più in basso, con un baricentro arretrato, tant’è che il PPDA nelle successive 28 partite è risultato essere di 13.31, il terzultimo del campionato.

In generale, la compagine nerazzurra ha riacquisito l’equilibrio perduto, migliorando la solidità difensiva, con il dato degli xGA passato dal precedente 7.55 (1.25 a partita) al successivo 26.35 (0.94) e mantenendo praticamente invariata la capacità offensiva della squadra con appena un -0.4 di differenza fra la media di xG prodotti prima (2.36) e dopo (1.96) il pareggio interno con la squadra allora guidata da Fabio Liverani.

A quel punto la compagine meneghina tornava a riproporre quelle soluzioni epitomiche del calcio del suo allenatore (con la partita di Sassuolo considerata da molti il simbolo di questo ritorno alle origini), come la fase di costruzione manovrata per attirare la prima pressione e allungare la squadra avversaria; lo svuotamento dei corridoi centrali del campo con allargamento delle mezzali; la ricerca diretta dei due attaccanti centrali.

L’Inter di Sassuolo col baricentro basso (19.21 di PPDA) e con gli attaccanti che non si fanno attrarre dal possesso emiliano in superiorità 3c2.

A queste situazioni si era aggiunta, fin da inizio stagione, quella volta a sfruttare le qualità in un 1c1 di Hakimi sulla corsia destra del campo.

Con la squadra tornata sotto la propria coperta di Linus, il tecnico nerazzurro ha successivamente potuto operare sviluppando ulteriormente il suo modello di gioco. In particolare due sono stati gli elementi di novità introdotti da Conte in questa fase finale del campionato, vale a dire il graduale inserimento di Eriksen e il passaggio ad una costruzione a quattro con sviluppo 4-2-4.

Per quanto riguarda il centrocampista danese, Conte è stato bravissimo a inserirlo nel contesto non facendolo determinare dall’ex Spurs quanto invece adattando quest’ultimo allo spartito di squadra. Più che da regista basso (posizione nella quale si è comunque visto), il 29enne di Middelfart ha svolto principalmente le funzioni da secondo play accanto a Brozović.

Nel video montato con VideoMatch di Sics vediamo il gol segnato da Eriksen contro il Crotone che spiega bene la costruzione, lo sviluppo e la finalizzazione dell’ultima Inter di Conte, con particolare riferimento al doppio play. 

Così facendo, Conte ha aggiunto un ulteriore elemento in fase di costruzione del quale gli avversari dovevano occuparsi (insieme al croato e a Bastoni) nel quadro di quello sviluppo 4-2-4 di cui sopra che vedeva Barella accoppiarsi con Hakimi per creare un corridoio destro funzionale alla risalita del campo.

Tutto questo all’interno di una fase offensiva molto più fluida che, negli ultimi tempi, ha permesso all’Inter di mescolare elementi del gioco di posizione (nella propria metà campo) alle tradizionali giocate codificate “contiane” (nella metà campo avversaria).

Proprio dall’ulteriore evoluzione di questo ultimo sviluppo potrebbe passare, nella prossima stagione, la rincorsa ad una Europa vissuta maggiormente da protagonisti.

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