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Come eravamo: come attaccava il primo Milan di Sacchi

Nel maggio 1990 il Milan vinceva la sua seconda coppa dei Campioni consecutiva, battendo il Benfica (1-0) nella finale di Vienna. Trent’anni dopo, la squadra allenata da Arrigo Sacchi è ancora considerata una delle compagini più forti di tutti i tempi.

Difesa a zona, squadra corta, pressing (inteso non come arma difensiva ma offensiva, per generare ‹‹transizioni letali, che sono il meglio del calcio italiano offensivo››) e fuorigioco sono solo alcuni dei concetti tattici utilizzati da Sacchi che hanno rivoluzionato il calcio italiano, influenzando notevolmente anche il contesto internazionale.

Ma quella squadra non era soltanto fase difensiva. Il Milan guidato dal tecnico di Fusignano espresse anche dei principi tattici offensivi che rappresentarono anch’essi un qualcosa di nuovo per il solitamente tradizionale contesto calcistico nostrano.

Movimenti contrari mezzali

Fin dalla prima di campionato, a Pisa, si potevano osservare alcuni movimenti che caratterizzeranno la stagione rossonera. Qui, con palla al centrale di sinistra (Baresi), una mezzala viene incontro (Ancelotti) mentre l’altra (Donadoni) si alza in zona di rifinitura.

In linea di massima i concetti chiave della fase offensiva del Milan di Sacchi erano spazio e movimento. L’idea della compagine rossonera in possesso palla era quella di creare spazio, per poi andare ad occuparlo, attraverso il continuo movimento dei giocatori.

La fase di costruzione era affidata ai due difensori centrali (soprattutto a Baresi) coadiuvati da una delle due mezzali che si abbassava in aiuto.

Costruzione

Ancelotti in aiuto dei centrali in costruzione.

I due terzini (Tassotti e Maldini) si alzavano per andare a creare delle coppie con i compagni che si venivano a trovare in posizione esterna creando spesso delle sovrapposizioni, esterne o interne. Così, ad esempio, a destra Tassotti poteva giocare in combinazione con Colombo o, se quest’ultimo si era spostato centralmente, con un Donadoni partito da mezzala e finito sull’esterno.

triangolo con sovrapposizione e allargamento Donadoni derby ritorno

Un triangolo creato a sinistra durante il ritorno contro l’Inter. Donadoni è finito in fascia con l’esterno sinistro (Evani) che si accentra dopo la sovrapposizione del terzino (Maldini).

In questo modo il 4-4-2 di partenza poteva produrre una sorta di 2-3-3-2. Con questa disposizione il Milan poteva contare di base su due coppie di calciatori in ampiezza, almeno uno in rifinitura e due punte pronte ad attaccare la linea.

Sacchi

La fase di possesso rorronera nella recente ricostruzione fatta da Sacchi al canale Senza Filtri.

Il 4-4-2 era quindi solo il sistema base e quello che si vedeva in fase difensiva. In possesso sovente quel Milan aveva tre costruttori (2+1) e sette invasori.

Punta in fascia, invasione area

Un’azione del Milan contro il Torino. Gullit, da attaccante, si è allargato in fascia (come accadeva spesso), liberando spazio per l’invasione dell’area da parte dei compagni.

‹‹Desideravo sempre minimo cinque giocatori oltre la linea della palla e volevo i collocamenti preventive per impedire le ripartenze avversarie» ha raccontato l’allenatore romagnolo, ‹‹le posizioni non erano mai fisse, i sincronismi erano importanti››.

Gullit traversa Juve triangolo su cross

Il colpo di testa di Gullit contro la Juve (poi respinto con un grande intervento da Tacconi) per evidenziare l’occupazione milanista dell’area su cross: un giocatore all’altezza del primo palo, uno del secondo e uno a rimorchio.

I giocatori del Milan non occupavano in maniera statica queste posizioni ma ci arrivavano appunto in movimento.

Partita di andata col il Napoli. Nel filmato realizzato con VideoMatch di Sics si può osservare lo scambio di posizione fra l’attaccante (Gullit) e l’esterno destro(Colombo), che va poi a raccogliere il cut back del compagno e a realizzare.

Una delle chiave della fase di possesso rossonera era la volontà di creare dei triangoli in zona palla. In questo modo il portatore aveva a disposizione almeno due soluzioni vicine, alle quali se ne aggiungeva sempre almeno un’altra per lo scarico.

Triangolo derby con sostegno

Milan – Inter, derby di ritorno. Triangolo esterno costituito da terzino (Maldini), laterale (Evani) e mezzala di parte (Donadoni) con sostegno arretrato.

Questi triangoli erano mobili: così un giocatore poteva essere un vertice di un triangolo e, un attimo dopo, col movimento, diventare il vertice di un altro.

Movimenti combinati in zona esterna montati con VideoMatch di Sics.

Per ottenere questo diventavano fondamentali i tempi di gioco e le distanze fra i giocatori, che idealmente dovevano stare al massimo a circa dieci metri l’uno dall’altro, per favorire una circolazione veloce e rasoterra del pallone.

Triangolo esterno con movimento punta

Virdis si apre per costituire un triangolo con i due laterali contro il Napoli.

Anche gli attaccanti non erano più statici come spesso si vedeva nel calcio italiano. I loro movimenti combinati creavano grandi problemi alle difese avversarie.

Incrocio

Un incrocio fra Virdis e Gullit nella partita con l’Inter. A quei tempi, contro difese a uomo, un movimento del genere era sufficiente a far saltare i meccanismi difensivi avversari

Per creare un complesso così armonico, Sacchi utilizzava sia esercitazioni situazionali (che riproducevano il contesto gara) che l’undici contro zero. Al giorno d’oggi, molte di queste innovazioni apportate da Sacchi sembrano ovvietà. Non era così all’epoca. Non a caso, Maurizio Sarri ha recentemente affermato come quel Milan fosse vent’anni avanti.

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