Analisi tattica Team report

Il gioco del Napoli per tutti

La vittoria sul Sassuolo (4-0) va al di là della difficoltà dell’impegno (i neroverdi sono una buona realtà del nostro campionato) e rappresenta invece cosa sia diventato il Napoli in questa prima parte della stagione.

In questa stagione i campani stanno raccogliendo i frutti di una indovinata (e non preventivata alla vigilia) campagna acquisti e dal consolidamento di principi di gioco che sono invece rimasti gli stessi dall’arrivo del tecnico toscano sulla panchina azzurra.

A tal proposito, nelle ultime settimane si è spesso discusso in merito al modello di gioco dei partenopei e lo stesso Luciano Spalletti è più volte tornato sulla questione. Parlando alla stampa infatti il tecnico azzurro ha sottolineato l’importanza dei concetti di spazio e movimento.

Due concetti che si possono far risalire (per quanto riguarda l’Italia) già ad Arrigo Sacchi, a dimostrazione di come il tecnico romagnolo fosse trent’anni avanti.

L’idea base che sostiene la fase offensiva napoletana è quella di occupare in modo dinamico (quindi non staticamente) determinate zone di campo, in particolare quella di rifinitura, vale a dire la porzione di campo compresa fra le linee di difesa e centrocampo avversarie nella trequarti offensiva.

Lo scopo è quello di destabilizzare il blocco difensivo rivale, andando ad invadere porzioni di campo con giocatori funzionali a coprirle e ad occupare tutti e cinque i corridoi verticali del campo. Con una fase offensiva rivolta a cercare spazi fra gli avversari in conseguenza di una tendenza difensiva che vede le compagini difendenti attuare una serie di forti pressioni uomo contro uomo a tutto campo.

Di conseguenza, difendendo più individualmente che di reparto, Spalletti si riferisce a maggiori spazi fra i copri che fra le linee.

Contro squadre che accentuano la ricerca dell’1c1 il concetto di movimento viene esasperato, perché crea un tourbillon che finisce per creare spazi liberi da attaccare. Come si evince, dunque, i due concetti di spazio e movimento sono correlati: ci si muove per creare spazio in un sistema fluido.

Questa fluidità si ripercuote in una fase di possesso che vede il Napoli strutturarsi in vario modo sia a livello di costruzione (generalmente 3-2), sia a livello di invasori, ad alcuni dei quali può essere chiesto di mantenere la propria posizione perché funzionale al piano gara previsto (come accaduto con i Rangers a Politano, al quale nella gara di ritorno Spalletti aveva chiesto di restare largo per garantire ampiezza).

Nello screenshot prodotto con VideoMatch di Sics osserviamo una costruzione 4-1 utilizzata contro la Cremonese.

Rispetto allo scorso anno, oltre ad alcuni giocatori chiave, è variata anche la struttura base con il 4-3-3 che si è imposto rispetto all’alternanza con il 4-2-3-1 vista nell’ultima stagione. Un 4-3-3 di base però, perché in fase offensiva non è raro vedere una delle due mezzali andare a svolgere le funzioni di trequarti alle spalle del centravanti, come fatto ad esempio da Elmas nella sfida del Maradona contro i Rangers.

In quell’occasione infatti Ndombélé restava vicino a Lobotka in zona mediana, col macedone che si alzava dietro a Simeone, al quale si associava in non possesso per costituire la prima linea difensiva della sua squadra.

Come è stato fatto notare, quindi, il Napoli non ha abbandonato il sistema con due attaccanti affilati (cioè uno dietro l’altro) e due esterni alti, ma lo ha solo incorporato in una fase offensiva dinamica non utilizzandolo come principale struttura di partenza.

Questo non significa che la disposizione 3-1 non sia più proponibile come scheletro della compagine partenopea. In teoria infatti il ruolo di sotto punta potrebbe essere ricopribile anche da Raspadori. Contro i Rangers, l’ex Sassuolo è stato impiegato come esterno sinistro del tridente, posizione iniziale dalla quale l’azzurro parte per convergere centralmente e sfruttare le proprie qualità associative per legarsi con i compagni.

Quando utilizzato da centravanti, Raspadori offre poi alte caratteristiche rispetto a Osimhen. Mentre infatti il nigeriano è un giocatore più verticale, abile ad attaccare l’ultima linea avversaria trovando sempre la profondità (anche quando non sembra esserci), il calciatore italiano (proprio per le qualità di cui sopra) tende a venire incontro per scambiare palla sulla trequarti, liberando spazio per gli inserimenti dei compagni.

In questo modo Spalletti ha a disposizione diverse soluzioni per attaccare l’ultima linea avversaria, che è poi l’obiettivo che ogni squadra deve centrare per fare gol: può farlo in maniera diretta, lanciando Osimenh in verticale (come si è visto in occasione della rete che ha deciso la sfida con la Roma) oppure può costruire una rifinitura più articolata e palleggiata sfruttando le caratteristiche di Raspadori, magari contro blocchi difensivi bassi.

A tutto ciò dobbiamo aggiungere le qualità di Kvaratskhelia. Al di là delle sue caratteristiche tecniche (sulle quali si è già scritto molto) e della sua incidenza sul piano numerico (già 6 gol e 5 assist a referto in campionato) l’esterno georgiano rientra per caratteristiche all’interno di quel modello di calcio fluido predicato da Spalletti. Mentre infatti con Insigne il Napoli aveva un giocatore che recentemente si era trasformato in una calamità per il gioco della squadra, che attirava il possesso verso di sé spesso però senza costrutto, con Kvara in campo gli azzurri possono contare su un altro giocatore associativo, in grado di svolgere più funzioni all’interno della stessa partita (one to one explorer ma appunto anche un mobile finisher).

La fluidità e l’imprevedibilità del modello di gioco napoletano (similmente a quello che ha strutturato Stefano Pioli al Milan) è ovviamente favorita dalla poliedricità della rosa a disposizione di Spalletti.

Per questo tipo di calcio infatti è importante avere a disposizione giocatori intelligenti, dalle letture raffinate (che vanno allenate), ma anche in grado di fare cose diverse, in modo da consentire all’allenatore di variare il piano gara in funzione del come si vuole attaccare il blocco difensivo avversario.

Lo si vede ad esempio nell’utilizzo dei terzini. In Olivera, per esempio, Spalletti ha un esterno più tradizionale, al quale chiedere essenzialmente sovrapposizioni esterne. Di contro, a Mário Rui e Di Lorenzo il tecnico napoletano può chiedere sia di muoversi offensivamente in maniera ‘classica’ sia di restare basso per svolgere funzioni di terzo centrale sia di venire a giocare nel mezzo come un falso terzino, cioè da mezzala in possesso.

Una situazione di possesso del Napoli con Mário Rui in mezzo al campo.

Il che rende anche difficile classificare i giocatori a disposizione. Un elemento come Piotr Zielinski ad esempio (uno deglichance creator) a disposizione del Napoli, può essere mezzala e trequarti all’interno della stessa partita e senza violare il principio di non contraddizione.

Alla fine la compagine azzurra resta caratterizzata da un possesso articolato, anche se un po’ più verticale (10.80sec. per sequenza offensiva contro 11.70 dell’anno scorso), con meno passaggi per azione d’attacco (4.05 contro 4.44), ma con più frecce nella faretra del tecnico.

Lo stesso possesso (59.1% di media) può essere alto per aprire la scatola o basso per attirare la pressione nel proprio campo e poi andare velocemente in verticale una volta superata la prima linea difensiva avversaria.

Una delle reti segnate dal Napoli in casa contro l’Ajax nel video montato con Presenter di Sics. Da notare il palleggio costruttivo per attirare la pressione avversaria

Per il Napoli vale quindi il concetto filosofico espresso a suo tempo da Eraclito, per il quale πάντα ε(panta rei), tutto scorre: ‹‹non si può discendere due volte nel medesimo fiume››. Posizione che esprimeva la convinzione che il divenire fosse alla base della realtà. Allo stesso modo sembra impossibile affrontare due volte lo stesso Napoli, la cui realtà è davvero il divenire, inteso come continuo movimento.

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