Editoriale Ritorno al passato

Da un Ancelotti ad un altro

Primo allenatore a vincere il titolo nei 5 tornei più importanti d’Europa (Italia, Spagna, Inghilterra, Germania, Francia) Carlo Ancelotti si appresta a giocare l’ennesima finale di Champions League di una carriera da tecnico che ha visto nella massima competizione continentale per club il suo terreno di caccia ideale. In caso di affermazione contro il Liverpool si tratterebbe per Carletto della quarta vittoria nel torneo, numero che gli consentirebbe di superare Bob Paisley e Zinédine Zidane, con i quali attualmente condivide il primato per il maggior numero di coppe dei Campioni messe in bacheca dalla panchina (3).

Al di là della quantità impressionante di titoli conquistati, Ancelotti è allenatore che ha attraversato gli ultimi venticinque anni di calcio da protagonista, fin da quando cioè, smisi i panni di assistente di Arrigo Sacchi con l’Italia, si mise in gioco in prima persona fra Reggio Emilia e Parma.

Scelto dall’allora patron della Reggiana Franco Dal Cin per guidare i granata ad appena 36 anni di età, Ancelotti si presentò in Emilia come erede designato di Sacchi. E del sacchismo (che poi andrebbe in realtà distinto dal modello originale) aveva ereditato tutto: sistema di gioco (4-4-2 ortodosso), organizzazione (difesa a zona), un certo integralismo tattico. 

La partenza fu un incubo con un punto conquistato nelle prime sètte partite disputate. Dal Cin però ha pazienza, non esonera il tecnico e alla fine viene ricompensato con la promozione in serie A.

Massimo torneo che però Ancelotti non affronta alla guida della Reggiana bensì sulla panchina dei rivali storici del Parma. In gialloblù, la rigidità tattica del primo Ancelotti fa due vittime calcistiche. La prima è Gianfranco Zola. Costretto dal 4-4-2 del tecnico di Reggiolo ad agire come quarto di centrocampo a sinistra, il fuoriclasse sardo decide di lasciare Parma per rifugiarsi a Londra, sponda Chelsea, dove diventerà il magic box amato dai tifosi dei blues.

Il secondo giocatore a rimanere scottato dal rigidismo ancelottiano è Roberto Baggio. A trent’anni di età, alla ricerca di una casa per potersi conquistare un posto ai mondiali di Francia 98, il Divin Codino è sul punto di firmare per il club di Calisto Tanzi.

Tutti felici se non fosse per il fatto che Ancelotti si mette subito di traverso al trasferimento, arrivando a dichiarare che, per lui, Baggio ‹‹è un attaccante, quindi sarà il vice di [Enrico] Chiesa››. E, ancora, ‹‹è difficile dire se Baggio sia utile o meno al Parma. Io dico che il Parma è forte e in attacco abbiamo già preso un giocatore come Maniero e ce n’ è un altro, Melli, che sta recuperando. Insomma, in quel reparto siamo già a posto››. 

Alla fine quindi l’affare salta. Il Parma di Ancelotti riesce comunque a sfiorare lo scudetto al primo anno (arriverà secondo) per poi calare nella seconda stagione e chiudere sesto in campionato.

Il torneo successivo non vede Ancelotti ai nastri di partenza. Ma le cose cambieranno nel gennaio 1999. La Juventus di Marcello Lippi, anche a causa dell’infortunio subito da Alessandro Del Piero a novembre, entra in una fase di grave crisi tecnica. A dicembre Lippi annuncia che non rimarrà con i bianconeri oltre la fine del campionato mentre il club (in modo inusuale per il calcio italiano) annuncia il nome del sostituto del tecnico viareggino: Carlo Ancelotti.

Invece che fare chiarezza sulla situazione, le cose precipitano. Si arriva così al 7 febbraio 1999 quando, dopo che proprio il Parma ha travolto i bianconeri al Delle Alpi (2-4), si chiude la prima era juventina di un Lippi che si dimette.

La mossa del futuro campione del mondo 2006 consente ad Ancelotti di prendere immediatamente possesso del nuovo incarico. Nasce così ufficialmente la Juve di Ancelotti, che sarà caratterizzata da due secondi posti (alle spalle delle romane), contestazioni da parte dei tifosi (che non hanno mai gradito il suo ingaggio) ed equivoci tattici (Thierry Henry).

Rispetto ai pur non lontani inizi di carriera, l’Ancelotti juventino è però un altro tipo di allenatore. Più pragmatico, più attento a non piegare il materiale umano all’idea quanto invece a fare il contrario, Carlo inizia l’avventura in bianconero mantenendo il rombo di centrocampo già utilizzato da Lippi per agevolare il lavoro di Zinedine Zidane in zona di rifinitura. Nel corso della sua gestione juventina si vedranno poi anche il 4-4-1-1 ed il 3-4-1-2.

La Juve ancelottiana, rispetto a quella dell’ultimo Lippi, presentava un baricentro più basso, cercando meno il controllo del pallone per favorire invece una verticalità immediata. La versione di Ancelotti è quindi quella di una Juventus più prudente, che non pressa in alto ma che preferisce creare spazi da attaccare alle spalle della linea difensiva avversaria.

A Torino insomma si comincia a vedere l’evoluzione di Ancelotti: non più un rigido seguace del 4-4-2 ma un tecnico attento al gioco che cambia. Carletto dà delle indicazioni, delle tracce entro cui i giocatori devono muoversi ma che poi vanno a sviluppare sulla base del loro talento e delle loro interpretazioni.

Certo, la fase di passaggio all’Ancelotti 2.0 non è ancora completata. E di questo soffre soprattutto il già citato Henry. Il tecnico emiliano fa fatica a contemplare una squadra con in campo contemporaneamente lui e Zidane e, soprattutto, non vede la futura star dell’Arsenal come un attaccante (se non inizialmente) ma bensì come un esterno. Più o meno lo stesso equivoco nel quale era rimasto intrappolato Zola.

Detto questo, è comunque alla Juve che Ancelotti comincia a maturare l’idea che siano le caratteristiche dei giocatori a dover dettare ad un tecnico il modello di gioco. Lì c’è stato il primo passo del Carlo che abbiamo visto nella seconda parte di carriera.

Da lì al suo Milan il passo e breve. In rossonero l’ex vice di Sacchi compie probabilmente il suo capolavoro tattico, creando il 4-3-2-1, il modulo ad albero di Natale.

Partendo dal 4-3-1-2 già utilizzato alla Juve, Ancelotti arriva a rovesciare il triangolo offensivo per l’infortunio che tiene fuori Shevchenko e per sfruttare al meglio le caratteristiche dei giocatori a disposizione. L’esigenza è quella di utilizzare contemporaneamente in campo Rivaldo, Rui Costa e Seedorf, ai quali si aggiunge un Pirlo trasformato dal tecnico (su suggerimento dello stesso giocatore) nel modello del play basso del calcio del 2000.

Passando dal talento bresciano, lo sviluppo dell’azione del Milan ha come obiettivo quello di servire i due trequartisti. In zona di rifinitura comincia il gioco delle coppie, con mezzala e trequarti di parte che devono alternare i loro movimenti: no si allarga, l’altro stringe in quella zona di campo che oggi definiamo mezzo spazio.

In fase difensiva la squadra deve ricompattarsi dietro la linea della palla prima di essere aggressiva e ai due no.10 viene chiesto di chiudere le linee di passaggio centrali. Quella è la loro zona di competenza. In caso di palla esterna sono la mezzala o il terzino ad uscire lateralmente.

Quel Milan rimane una delle espressioni più belle e vincenti del calcio italiano del nuovo millennio.

Si arriva così pian piano ai giorni nostri. Ancelotti vince tanto (le coppe di cui sopra, Chelsea e Real Madrid) e perde altrettanto (lo scudetto col Psg, la finale della rimonta del Liverpool) dimostrando di avere qualche difficoltà inattesa col Bayern (i giocatori criticano la sua metodologia) e con il Napoli. Proprio i patemi partenopei sono, paradossalmente, l’esempio più lampante del secondo Ancelotti. Ereditando una squadra piena di giocatori di sistema (a partire da Insigne) il tecnico emiliano decide comunque di affidarsi ad un modello fluido che lascia molta libertà di interpretazione ai suoi calciatori. Troppa per quel gruppo abituato a dare il meglio di sé in un calcio comunque più codificato. E infatti l’esperimento naufraga in risultati modesti.

Dopo l’esperienza senza luci né ombre con l’Everton, Ancelotti risorge al Real Madrid. Nella sua seconda esperienza al Bernabéu, Carletto torna a esprimersi in modo convincente.

Da players’ coach quale è diventato, Ancelotti non ha problemi a legare con i leader dello spogliatoio, riuscendo a creare una struttura congeniale per loro, fondata sull’utilizzo di un frangiflutti davanti alla difesa (Casemiro) che copra le spalle ai due cucitori di gioco in mezzo al campo (Luka Modrić e Toni Kroos), in un contesto che predilige difendersi per lasciare poi campo aperto alle due stelle offensive della squadra (Benzema e Vinícius), con un equilibratore tattico (Federico Valverde) che impedisca alla squadra di disequilibrarsi.

Arrivano così una Liga ampiamente meritata e la finale di Parigi. Alla fine, come sempre in Italia, una vittoria o meno finirà per condizionare il giudizio su un tecnico che nel corso della sua carriera ha saputo cambiare, non sempre mostrando di essere in grado di adattarsi alla situazione ma di certo riuscendo ad esprimersi al meglio ogni qual volta è stato messo in condizione di farlo con squadre dove ci fosse da organizzare il talento disponibile.

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