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Cosa può aver imparato Ruben Amorim dalla trasferta in casa della Lazio? Molto, per come si è sviluppata la gara. Una partita da quattro quarti (viste le due non necessarie interruzioni per il cooling break): i primi due di marca laziale, i secondi a trazione milanista.
Quando l’arbitro ha mandato tutti negli spogliatoi per l’intervallo lungo, il Milan poteva ritenersi fortunato per essere sotto solo di due reti. Se non fosse stato per alcuni interventi di Mike Maignan e per errori di misura dei biancocelesti in sede di conclusione, la partita si sarebbe di fatto conclusa dopo quarantacinque minuti.
Il primo gol laziale era stato indicativo delle difficoltà difensive del Milan nel primo tempo. È bastato infatti un passaggio verticale di Chrīstos Mandas per tagliare tutta la prima linea di pressione rossonera e far giungere così palla a un liberissimo Nuno Tavares, posizionatosi centralmente alle spalle di Ruben Loftus-Cheek.
La sterzata del terzino portoghese gli consentiva di servire Mattia Zaccagni largo a sinistra. La palla messa in mezzo dal numero 10 laziale attraversava tutto lo specchio della porta prima di arrivare sul secondo palo, dove Matteo Cancellieri aveva buon gioco nell’anticipare lo statico Pervis Estupiñán.
Un gol frutto di una fase difensiva milanista alquanto sconclusionata, con la manovra laziale che riusciva a penetrare il blocco difensivo rossonero come una lama nel burro.
Una costante per tutto il primo tempo, col secondo gol che vedeva protagonisti praticamente gli stessi attori del primo: Nuno Tavares e Kenneth Taylor per i padroni di casa, Estupiñán e Koni De Winter per gli ospiti, con i due difensori milanisti che pasticciavano su Tijjani Noslin.
A mancare però non era solo la fase difensiva. Anche in possesso infatti il Milan non aveva prodotto granché: appena 0.47 expected goals (xG) secondo Opta.
Nella ripresa la musica cambiava. Merito dei cambi effettuati da Ruben Amorim, che si decideva a mandare in campo Christian Pulisc (finalmente!) al posto di Loftus-Cheek, Diego Moreira per Estupiñán e Yunus Musah in vece di Luka Modrić.
Ma il Milan del secondo tempo non era cambiato solo negli uomini. Anche l’interpretazione era diversa: più feroce nel pressing e nella riaggressione, più volitiva nel voler riagguantare il risultato e, soprattutto, più qualitativa tecnicamente.
Il pareggio raggiunto grazie alla doppietta di Moreira era il premio per questi sforzi e anche per un maggior dinamismo del collettivo rossonero. Quali sono allora gli insegnamenti di cui parlavamo all’inizio, che Amorim può aver tratto da questo pareggio?
Prima di tutto, si confermano le difficoltà di Modrić in questa struttura di gioco. Vuoi per l’età, vuoi per il fatto di dover coprire tanto campo in una gara verticale, il croato ha fornito una prestazione negativa anche con la palla, cioè proprio là dove eccelle.
Che l’ex Real Madrid limiti le capacità di pressione collettiva dei suoi, è cosa acclarata. Ne ha parlato lo stesso Amorim in sede di conferenza stampa di presentazione alla gara. Se però queste mancanze non sono accompagnate dalla solita maestrìa nel dettare i tempi di gioco con passaggi precisi, allora è meglio togliere il numero 14 dal campo, proprio come ha fatto Amorim all’intervallo.
L’altra considerazione che il tecnico portoghese eredita dalla sfida dell’Olimpico riguarda l’impostazione tattica. Questa versione rigida del gioco posizionale, priva delle rotazioni e degli interscambi proposti da altri allenatori, necessita quantomeno di qualità nei duelli individuali e di maggior dinamismo.
Caratteristiche emerse solo nei tentativi di Rabiot di attaccare la profondità (mai assecondati dai compagni nel primo tempo) e, dopo l’intervallo, grazie ai nuovi innesti e alla rinnovata spinta della squadra.
Nella prima metà invece la Lazio, sia quando pressava in avanti sia quando ripiegava a coprire le linee di passaggio, aveva buon gioco nel fermare la manovra rossonera.
Il Milan visto all’opera in queste prime quattro giornate di campionato ha delle idee e una struttura già molto chiara. Amorim però ha bisogno di fare scelte meno controintuitive.
La qualità a disposizione non è tantissima. Per questo motivo rinunciare contemporaneamente a giocatori quali Pulisic, Moreira, Alexis Saelemaekers e all’Ardon Jashari visto in questo avvio di stagione rischia di risultare deleterio. Anche Omari Hutchinson, per quel poco che si è visto, sembra pronto a recitare un ruolo importante nelle rotazioni in attacco.


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