Foto: IMAGO / Nicolo Campo
Prevedibile? Forse sì. Eppure le prime due uscite in campionato, condite da altrettante vittorie (contro Torino e Venezia) avevano lasciato immaginare un avvio di stagione migliore per il Milan.
Invece, dopo questi successi, sono arrivati i due pareggi con Juventus e Lazio, nei quali la squadra ha giocato complessivamente bene solo il secondo tempo della sfida dell’Olimpico e poi, fragoroso, il tonfo casalingo con il Benfica nell’esordio in Europa League (0-2), prima gara della storia in cui i rossoneri vengono battuti dai lusitani.
A preoccupare i tifosi ci sono tutta una serie di fattori che vanno dall’approccio della squadra alle partite fino alle recenti dichiarazioni di Ruben Amorim. Il tecnico infatti, nel dopo gara europeo, ha chiaramente detto che la rosa attuale non è in grado di mettere in pratica le sue idee.
Il Milan visto all’opera contro le Aquile portoghesi ha palesato tutti i limiti osservati nelle uscite più recenti. Complessivamente, la compagine rossonera costruisce poco e subisce troppo.
In fase di possesso la manovra milanista è ridondante, risolvendosi in un mantenimento del pallone fine a se stesso. La squadra gioca un calcio rigidamente posizionale, nel quale sono quasi totalmente assenti le rotazioni e gli scambi di posizione tipici delle versioni più raffinate di questo modello.
Anche contro i portoghesi il Milan si è disposto col suo consueto 3-4-2-1 ben ordinato, con tutti i giocatori incasellati nelle posizioni stabilite, ma con una circolazione della palla quasi sempre orizzontale. L’attacco alla profondità appare qualcosa di estraneo alla squadra di Amorim. Lo si era già notato in altre gare con alcuni giocatori (Adrien Rabiot) che scattavano in avanti senza essere serviti dai compagni.
E dire che il Benfica offriva situazioni favorevoli per questo tipo di giocata, dato che la squadra di Marco Silva ha difeso con una linea abbastanza avanzata. Gonçalo Ramos, lo si sapeva, non è un centravanti verticale, essendo maggiormente a proprio agio quando può venire incontro e dialogare con i compagni.
I due trequartisti presentati in campo col Benfica, l’inglese Omari Hutchinson e Alphadjo Cisse, sono anch’essi giocatori da palla sui piedi. L’incapacità degli avanti rossoneri di allungare l’ultima linea avversaria rende complicato per il Milan il riuscire a muovere palla nella zona di rifinitura, là dove idealmente il palleggio di Amorim vorrebbe trovare sbocco.
In generale, come detto, tutto il possesso è risultato troppo statico, con conseguente difficoltà nel superare le linee del Benfica. Rispetto a un anno fa la difesa a tre gioca sì più alta, ma senza grandi inserimenti da dietro. Il che priva la squadra della pericolosità fornita dalle incursioni di Strahinja Pavlović.
La squadra poi difende in modo troppo leggero, come si è visto in occasione del tentativo di contrasto portato da Ardon Jashari su Dodi Lukébakio in occasione della rete segnata dal belga. Questa passività limita anche l’efficacia di quella pressione forte che Amorim vorrebbe vedere applicata con costanza.
A tutto ciò si aggiunga poi, ancora una volta, la questione relativa alle scelte iniziali di formazione. Anche col Benfica l’undici mandato in campo non ha funzionato, costringendo Amori a intervenire pesantemente già nell’intervallo, quando ha inserito Mario Gila al posto di uno spaesato Filippo Terracciano e Christian Pulisic in vece di Hutchinson. Cambi che fondamentalmente non hanno inciso, col Benfica che ha continuato a dominare la partita.
Si torna quindi alla scelta della formazione titolare e al posizionamento in campo di alcuni giocatori. Con la qualità media della rosa non così elevata, i giocatori di maggior livello dovrebbero giocare sempre.
C’è insomma bisogno di Pulisic e Diego Moreira dall’inizio così come, in mezzo, non si può prescindere dalla presenza da titolare di Rabiot. Alexis Saelemaekers non è un trequartista: molto meglio sarebbe riportarlo in fascia da quinto.
Al netto di queste considerazioni è però necessario che il Milan si decida a giocare anche in verticale, provando a sfruttare la velocità di quei giocatori che hanno caratteristiche per attaccare la profondità.


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