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Kylian Mbappé, Ousmane Dembélé, Michele Olise e Bradley Barcola, gli uomini che hanno trascinato la Francia fino alle semifinali, sono proprio quelli che sono venuti meno durante il penultimo atto del torneo, che ha visto i francesi soccombere a una Spagna (0-2) dimostratasi superiore se non per talento complessivo, almeno per gioco di squadra.
Per i tifosi francesi la sfida di Atlanta è stata una sorta di shock. Questa Francia infatti si era presentata ai nastri di partenza del Mondiale come la vera favorita per la vittoria finale. D’altronde, non è sempre stato così negli ultimi vent’anni e più, da quando cioè i galletti hanno cominciato a produrre talenti in serie?
In passato le cose andavano diversamente e les Bleus avevano potuto contare solo su qualche periodica fase di grandeur, legata alla presenza di grandi giocatori che, però, rappresentavano più l’eccezione che la regola. Così, ad esempio, abbiamo avuto la Francia degli anni Cinquanta, quella che arrivò terza al Mondiale del 1958 potendo contare sui vari Raymond Kopa, Roger Piantoni e Just Fontaine oppure, ancora, quella che vinse l’Europe del 1984, arrivando quarta in Spagna nel 1982 e terza in Messico nel 1986 con giocatori come Michel Platini, Jean Tigana, Alain Giresse e compagnia.
Per trovare una nazionale francese sempre ai vertici si dovrà attendere il vittorioso Mondiale casalingo del 1998. Da lì, una serie impressionante di risultati (l’Europeo 2000 e la finale del 2006, ma anche quando fatto dalla seconda decade dei Duemila in avanti) legati alla capacità del movimento calcistico transalpino di produrre la generazione di Zinédine Zidane, Lilian Thuram, Thierry Henry e Fabien Barthez e, successivamente, anche quelle di Franck Ribéry, Raphaël Varane, Antoine Griezmann, Samuel Umtiti, Paul Pogba e via dicendo. L’elenco è sterminato e arriva fino a oggi.
La Francia sconfitta dalla Spagna infatti, oltre ai quattro moschettieri citati all’inizio, ha potuto schierare anche Mike Maignan fra i pali, Dayot Upamecano e Jules Koundé in difesa, Adrien Rabiot a centrocampo.
Un tempo il Brasile d’Europa, per produzione di giocatori di alto livello, era considerata la Jugoslavia. Oggi questo titolo spetta alla Francia, sotto questo aspetto diventata forse più Brasile dello stesso paese della Seleção.
La sensazione quindi è che una grossa mano all’uscita della Francia prima di un atto conclusivo che, guardando il materiale a disposizione, per molti rappresentava il minimo sindacale, sia stata data da Deschamps. È il tecnico ad aver presentato i galletti in campo con una mediana formata da Aurélien Tchouaméni e Rabiot, rompendo quell’asse costruita dal milanista con Manu Koné che tanto bene aveva fatto fino a quel momento. Sempre a Deschamps deve essere imputata la decisione di sostituire un Rabiot sì ammonito e a rischio espulsione, ma nel momento in cui, sotto di una rete, sarebbe servito un centrocampista incursore come lui.
In questo modo l’allenatore francese ha agevolato il dominio spagnolo a centrocampo, là dove si è decisa la partita grazie alla superiorità anche numerica degli iberici, che potevano contare sulla presenza di Rodri, Fabián Ruiz, Dani Olmo e sugli arretramenti di Mikel Oyarzabal nei corridoi centrali del campo. A un certo punto quindi Deschamps avrebbe dovuto tirare via un attaccante per inserire un centrocampista in più.
Così non è stato e la Spagna ha potuto fare quello che le riesce meglio: controllare la partita quando in possesso (49%), muovendo palla come e dove voleva. L’azione della seconda rete iberica di Pedro Porro è, in questo senso, significativa.
La mossa di tenere a lungo Olise da numero 10 non ha sortito effetti come nelle altre partite, perché il giocatore del Bayern non è stato in grado di limitare il dirimpettaio Pedri in nessuna delle due fasi.
Che dire poi dell’ostracismo (una costante per tutto il Mondiale) nei confronti di Rayan Cherki, mandato in campo a risultato compromesso? E dei problemi registrati sulla destra, dove la Spagna ha imperversato con Alex Baena e Marc Cucurella (il rigore provocato da Lamine Yamal nasce da un’azione sviluppata sulla sinistra spagnola e conclusa con un cross del nuovo terzino del Real Madrid)? E delle difficoltà in costruzione, contro il pressing iberico?
Che qualcosa non abbia funzionato nel piano gara predisposto da Deschamps, lo ha candidamente ammesso Mbappé a fine partita.
Tutto ciò ha fatto sì che, invece che a New York, la Francia sia ora costretta ad andare a Miami per giocare la finalina per il terzo posto, dove sin concluderà ufficialmente il regno di Deschamps come cittì. L’ex juventino lascia la panchina dei Bleus (al suo posto arriva Zidane) dopo quattordici anni nei quali ha vinto una Coppa del Mondo (2018), raggiunto una finale (2022) e una semifinale (2026), con anche tre Europei disputati e nessuna vittoria.
Come giudicare il suo lavoro? Deschamps ha vinto, ma ha anche perso molto, tenuto conto del livello dei giocatori avuti a disposizione. Se è possibile discutere dei risultati conseguiti ai Mondiali (una vittoria e una finale persa ai rigori non sono poca cosa) quello che stona maggiormente è il cammino agli Europei. In particolare, a bruciare è l’edizione casalinga del 2016, con una sconfitta in finale maturata davanti a un non irresistibile Portogallo che, per di più, dopo pochi minuti di quella partita aveva perso per infortunio Cristiano Ronaldo.
In un momento storico in cui si parla del gioco posizionale, più o meno ortodosso, Deschamps ha affrontato la sua ultima avventura mondiale con un approccio vecchia scuola, fondato su una buona tenuta difensiva (prima della sfida contro la Spagna i francesi avevano registrato tre clean sheet nei tre turni a eliminazione diretta), sulla ricerca della verticalità e sulla capacità di associarsi dei riferimenti avanzati.
Un piano che ha funzionato fino alla semifinale, dove i transalpini non sono stati in grado di produrre pericoli dalle parti di Unai Simón, non riuscendo mai ad attaccare in modo efficace la linea alta degli iberici, sempre protetta alle spalle dalle uscite del portiere.
Deschamps forse avrebbe potuto utilizzare questo approccio anche nelle competizioni precedenti, nelle quali invece la Francia è stata spesso criticata per il suo gioco pragmatico, considerato troppo limitante per le risorse offensive a disposizione. O, forse, al contrario, proprio questo stile così semplice, gradito ai giocatori, ha finito per non far rendere al meglio i calciatori migliori nei momenti topici delle varie manifestazioni.
Ma tant’è. Comunque la si pensi, è così che finisce la lunga stagione di Deschamps con la Francia, fra la gioia per quello che è stato e il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere.


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