Foto: IMAGO / Europa Press
Un gol di Ferrán Torres nei tempi supplementari evita la possibile beffa dei calci di rigore, consentendo così alla Spagna di conquistare un trofeo largamente meritato per quanto visto nella competizione, al termine di una partita dominata contro un’Argentina che non è stata in grado di produrre un solo tiro verso la porta difesa da Unai Simon.
L’Albiceleste è arrivata a New York esausta, senza più benzina dopo tre estenuanti turni ad eliminazione diretta che l’hanno vista costretta agli extra time sia contro Capo Verde (sedicesimi di finale) che contro la Svizzera (quarti) e dopo una rimonta storica al termine di una furiosa battaglia con l’Inghilterra (semifinali).
Lionel Messi e compagni non ne avevano più fisicamente e non hanno saputo fare altro che rispondere al controllo spagnolo mettendola sul piano dell’aggressività e dello scontro fisico.
Non è bastato. E così la Spagna si porta a casa la seconda Coppa del Mondo della sua storia, dopo la prima conquistata in Sudafrica nel 2010. Un lasso di tempo di sedici anni che ha visto il modello spagnolo continuare a dominare in lungo e in largo in tutte le competizioni più importanti.
In questa sede, non volendo aggiungere un’altra analisi tattica a quelle già presenti online (a tal proposito rimandiamo a Il Terzo Uomo e a Ultimo Uomo), preferiamo fare qualche considerazione generale. A cominciare dal fatto che questo Mondiale in versione maxi (il primo a quarantotto squadre), più capitalistico e americano che mai con i suoi quattro tempi di gioco in stile sport USA (creati dai due hydration break, ideali per gli spot pubblicitari); con la sua continua esaltazione dell’individualismo (da più parti e più volte si è ripetuto che questo era il torneo di Messi, di Kylian Mbappé, di Eling Haaland, di Jude Bellingham…); con le telecamere più attente alle star presenti in tribuna che a quello che accadeva sul terreno di gioco; con l’half-time show scopiazzato dal SuperBowl (ventisette minuti e venti secondi di intervallo per lasciar spazio a Madonna, Justin Bieber e Ted Lasso); alla fine ha premiato la nazionale che più delle altre ha giocato di squadra.
La Spagna di Luis de la Fuente (tecnico federale) ha infatti vinto grazie al collettivo, se è vero com’è vero che ha dovuto aspettare il ventesimo tiro effettuato nella finale per trovare la rete decisiva dell’incontro. Se avesse avuto a disposizione un finalizzatore migliore di Mikel Oyarzabal (autore di cinque reti, un bottino non male, ma lontano dalle dieci del capocannoniere Mbappé, dallei otto di Messi e dalle sètte di Bellingham e Haaland e meno anche delle 6 di Ousmane Dembélé) probabilmente la Selección avrebbe chiuso ben prima la pratica Argentina.
E dire che sì, le star c’erano anche in questa Spagna. Magari acciaccate e malandate come Lamine Yamal e Nico Williams, o non ancora pienamente ristabilite dai guai fisici che ne hanno condizionato la stagione appena terminate (Rodri). Ma non è questo il punto.
La questione è che la squadra di de la Fuente ha inserito tali elementi all’interno di un contesto funzionale, nel quale ognuno ha dato il suo contributo, indipendentemente dallo status di stella e dalle condizioni fisiche del momento.
Mentre l’Argentina, in questo Mondiale, è stata totalmente dipendente da Messi (e non soltanto costruita intorno a lui, come poteva essere logico data la caratura del fuoriclasse) e altre nazionali non sono riuscite a performare, nei momenti chiave del torneo, al di là di quanto facessero i loro leader tecnici (la Francia di Mbappé o l’Inghilterra di Bellingham e Harry Kane), gli spagnoli hanno proposto un’idea che ha finito per esaltare tutti, prime firme e gregari.
Come spiegare altrimenti l’ottima Coppa del Mondo giocata dai vari Fabián Ruiz, Pedro Porro, Marc Cucurella (alla vigilia della spedizione americana chi avrebbe detto che il neo madridista sarebbe stato il miglior terzino sinistro della manifestazione?) e Dani Olmo? Ottimo giocatori, ovviamente, ma non dei fuoriclasse (termine che forse, fra qualche anno, oltre a Yamal potrà essere accostato a Pau Cubarsí), che hanno vinto con il gioco che, come ricorda sempre Arrigo Sacchi, non si infortuna, non viene squalificato e non ha scadimenti di forma.
Non solo attacco, ma anche difesa. La Spagna vista ai Mondiali, associata a un gioco fatto di passaggi corti e possesso, proprio attraverso quest’ultimo si è garantita il controllo delle partite disputate. Aggiungendo a questo la feroce riaggressione a palla persa (contro l’Argentina le Furie Rosse non hanno subito nemmeno un contropiede, arrivando a conquistare ben 36 palloni nella metà campo sudamericana in base a quanto riportato da Opta) si capisce bene il senso della tabella qui sotto, prodotta dal Telegraph, che vede la Spagna primeggiare anche nei dati difensivi.
Come nel 2010, anche stavolta gli iberici hanno concesso soltanto un gol: contro il Cile ai gironi in Sudafrica, contro il Belgio nei quarti di finale in questa edizione. La Spagna si è dunque ripetuta con calciatori diversi da quelli della sua generazione migliore (Xavi, Andrés Iniesta, Sergi Busquets), ma con la stessa idea di calcio.
Un calcio che non era nella tradizione iberica. La Quinta del Buitre fece da precorritrice, ma si dovette aspettare la rivoluzione cruyffiana per vede la Spagna abbracciare un tipo di calcio proattivo. Prima, a parte qualche eccezione (Luis Suárez o Alfredo di Stefano, quando l’argentino divenne spagnolo) la Spagna era terra di difesa e contropiede, ma senza il talento che avevamo noi. E infatti l’unico alloro importante era rimasto a lungo quello dell’Europeo 1960.
Fino all’avvento di un nuovo modo di fare calcio, che ha permesso agli spagnoli di cominciare e a produrre giocatori in grado di foraggiare squadre in grado di alzare trofei. Vinti grazie anche a una identità ben precisa, che finisce per esaltare i singoli all’interno del sistema.


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