Cosa deve fare l’Inghilterra per fermare l’Argentina?

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Foto: IMAGO / ZUMA Press Wire

«Questa è una partita di calcio, va bene? Il messaggio è che questa è una partita di calcio. Non cerchiamo altro. Questa è una partita di calcio». Così Lionel Scaloni alla vigilia della semifinale fra Argentina e Inghilterra.

No, non né così. Il cittì dell’Albiceleste fa benissimo a calmare gli animi, evitando che la tensione e la pressione crescano più di quanto non sia già. Però Scaloni sbaglia: quella fra argentini e inglesi non è una partita come le altre. Non lo è mai stata. La mano de Dios, certo, ma non solo. La rivalità è più antica di quanto dica chi ricorda solo il quarto di finale dell’Azteca di quarant’anni fa.

Prima e dopo ci sono stati il gol di Bobby Charlton nel 1962, l’espulsione di Antonio Rattín nel 1966 e quella di David Beckham nel 1998 e il fallo di Mauricio Pochettino su Michael Owen nel 2002.

Poi, Maradona, chiaramente. E le Malvinas o Falkland (a seconda da che lato della barricata le si guardi), la Guerra di settantaquattro giorni che pose fine alla vita di 649 soldati argentini, 255 britannici e tre locali. A chi ha rammentato il conflitto in questi giorni bisogna ricordare che il controllo di queste isole nel sud dell’Atlantico non fu un atto rivoluzionario, ma il tentativo estremo della dittatura dei generali per rilanciare internamente, con un sussulto patriottico, l’immagine di un regime vicino al collasso e che, non a caso, crollò proprio dopo la sconfitta militare.

Un evento lontano nel tempo, almeno nella mente degli inglesi. Per gli argentini non è lo stesso. Maradona ha costruito una narrazione che, anche a distanza di più di quarant’anni dal conflitto, persiste ancora oggi, almeno a livello motivazionale. D’altronde Dieguito è sempre presente, come effige sulle bandiere dei tifosi e nell’immaginario collettivo che vede in Lionel Messi il suo erede.

Per questi motivi le sfide fra Argentina e Inghilterra sono assurte a grandi classici, sul livello di quelle fra inglesi e tedeschi o fra questi ultimi e francesi o come Italia – Germania o Italia – Brasile o, ancora, Brasile – Argentina.

Incredibile a dirsi, per il trentanovenne Messi quella in programma ad Atlanta sarà la prima volta contro i Bianchi. Fino a ora, le fortune dell’Albiceleste in questo torneo nordamericano sono dipese (quasi) tutte dal suo numero 10.

Cosa dovrà fare Thomas Tuchel per limitarlo? Prima di tutto, evitare che il giocatore dell’Inter Miami riceva palla nell’amato mezzo spazio destro. Inutile girarci intorno: Messi si muove per il campo (cammina, a dirla tutta), ma si accende quando arriva lì. Da quel fazzoletto di campo ha segnato la rete contro Capo Verde e guidato la rimonta contro l’Egitto.

Non sarà facile per Nico O’Reilly contenere Messi. Si dovrà pensare a tagliare le linee di passaggio verso il fuoriclasse sudamericano per aiutare il laterale sinistro del Manchester City. O’Reilly almeno avrà a sua disposizione la possibilità di attaccare con continuità, sapendo che l’argentino non gli andrà dietro. Il lavoro senza palla di Messi è pressoché nullo, tanto è vero che, in non possesso, si vede quasi sempre Lautaro Martínez ripiegare per aiutare le due linee da quattro le quali l’Argentina si copre.

Anche per questo motivo i sudamericani non difendono in modo aggressivo (cosa di per sé difficile visto la situazione metereologica). Un dato fornito da The Athletic quantifica nel 45% il periodo di tempo speso dalla squadra di Scaloni in blocco medio o basso sul totale della fase di non possesso.

La fascia sinistra potrebbe dunque rivelarsi fondamentale per l’Inghilterra. Schierare Anthony Gordon consentirebbe a Tuchel di avere un uomo in grado di aiutare difensivamente O’Reilly e, allo stesso tempo, utile per testare la difesa argentina su quel lato di campo.

L’altra chiave sarà in mezzo al campo. L’Argentina solitamente in fase offensiva di dispone 4-3-1-2 con Enzo Fernández, Alexis Mac Allister e Rodrigo De Paul in mezzo (con l’alternativa rappresentata da Leandro Paredes) più un enganche dietro Messi e l’altro attaccante.

L’Inghilterra dovrà limitare, se non togliere, il controllo del centrocampo agli argentini. Per questo Tuchel dovrà pensare bene a come organizzare la propria linea mediana, il taglia e cuci visto contro la Norvegia alla fine è risultato vincente. Con chi mettere in pratica questo piano però?

Declan Rice non è in un grande momento di forma, al contrario di Elliot Anderson. Ma Tuchel davvero sceglierà di fare a meno del centrocampista dell’Arsenal? Stuzzica l’idea di affiancare Anderson al sempre utile Reece James, che lascerebbe la fascia destra della difesa a Djed Spence.

Oppure, Tuchel potrebbe osare e schierare John Stones davanti alla difesa. Perché no? L’ex giocatore del City ha già giocato in quella posizione con Pep Guardiola. Inoltre, anche se nell’ultima stagione è partito titolare in appena cinque, Stones è in condizione, come visto contro la Norvegia.

Schierare il numero 5 in mediana significherebbe utilizzare Ezri Konsa e Marc Guehi come coppia centrale di difesa. Davanti poi ci saranno Jude Bellingham e Harry Kane. Inutile dilungarsi su loro due. Invece Tuchel dovrà trovare la soluzione migliore a destra, dove Bukayo Saka e Noni Madueke non sono stati convincenti.

Il primo però sta riguadagnando la forma e per questo meriterebbe di partire titolare. Le fasce sono importanti: Svizzera, Egitto, ma anche Capo Verde e Giordania hanno segnato all’Argentina dopo aver sviluppato lateralmente. E attenzione ai calci piazzati. I sudamericani li hanno sfruttati bene e, contro i norvegesi, l’Inghilterra li ha sofferti (anche se gli argentini non hanno la fisicità di Erling Haaland e compagni).

Frustrare il possesso argentino, non farsi trascinare in una eventuale battaglia di nervi, sfruttare il contropiede difendendo bene il centro. Egitto e Svizzera hanno mostrato la strada. Non è facile fermare questa Argentina, ma non è nemmeno impossibile.

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