Breve storia tattica dell’Atalanta di Gasperini

Published by

on

Foto: IMAGO / Giuseppe Maffia

In un articolo recentemente pubblicato su The Athletic il giornalista inglese James Horncastle ha riportato dei dati del CIES Football Observatory in base ai quali è stato calcolato in €236 milioni il profitto ottenuto dall’Atalanta attraverso la compra vendita di calciatori negli ultimi dieci anni.

Da quando i Percassi sono entrati nel club orobico (nel lontano 2010) la Dea è diventata un modello calcistico da seguire. Basti pensare ad esempio, fuori dal campo, all’acquisto e alla ristrutturazione del Gewiss Stadium (l’ex Atleti Azzurri d’Italia) e agli investimenti fatti per restaurare il settore giovanile, da sempre foriero di ottimi calciatori.

Tutto ciò però riguarda più gli aspetti imprenditoriali e gestionali del club, che esulano da quello che accade in campo (pur influenzandolo notevolmente). In questa sede quindi ci soffermeremo sulle questioni tecniche, che hanno portato l’Atalanta a diventare una big del campionato italiano, con obiettivi e prospettive inimmaginabili anche solo una decina di anni fa.

Senza voler ricostruire esattamente la storia di questa formazione stagione per stagione, sarà comunque necessario fare un breve riassunto per rendersi conto dello stato dell’arte del progetto nerazzurro dal punto di partenza fino al momento attuale.

In questo senso, la data simbolo della svolta (sempre che sia utile periodizzare le epoche storiche ricorrendo ad un evento particolare) è da ascriversi all’estate del 2016, quando venne annunciato Gian Piero Gasperini come nuovo allenatore.

Al momento dell’arrivo in città di quello che, all’epoca, era l’allenatore del Genoa, un tecnico che si era ricostruito una credibilità dopo il fallimento dell’esperienza con l’Inter di qualche tempo prima (fallimento non interamente addebitabile al Gasp), l’Atalanta era reduce da due stagioni difficili, con una risicata salvezza centrata nel 2015 e un campionato poco più decente nel 2016.

L’inizio di Gasperini a Bergamo fu alquanto complicato, con quattro sconfitte nelle prime cinque partite. Come da costume italico, da più parti si cominciò a invocare l’esonero dell’allenatore. I Percassi invece tennero duro, dando fiducia al tecnico di Grugliasco.

Tale attestato di stima venne immediatamente ripagato: i bergamaschi inanellarono una serie di otto vittorie nelle successive nove partite, arrivando a chiudere quel campionato 2016-17 al quarto posto in classifica, miglior risultato nella storia di un club fino ad allora conosciuto per essere una realtà di provincia, buona per costruire campioni (Gaetano Scirea, Roberto Donadoni, Filippo Inzaghi) che poi andavano a fare fortuna altrove.

Proprio dando fiducia ai prodotti del settore giovanile (Mattia Caldara, Andrea Conti e Roberto Gagliardini) Gasperini era invece riuscito a costruire qualcosa da cui partire per poi durare nel tempo. E questo nonostante il club continuasse nella politica di autofinanziamento attraverso cessioni importanti.

A non venir ceduta era invece l’identità di squadra. Il fenomeno Atalanta cominciava quindi a prendere forma dietro un contesto tattico preciso, talmente identitario da fare nel lungo periodo del Gasp un capo scuola.

Nel campionato 2017-18 la squadra lombarda arrivava settima in campionato, un piccolo passo indietro che veniva però subito compensato dalle stagioni seguenti (2018-19 e 2019-20) che vedevano la Dea issarsi fino al terzo posto in classifica. Tutto ciò arricchito dalla finale di coppa Italia del 2019 (persa contro la Lazio) e dai quarti di finale di Champions raggiunti nel 2020. In quella circostanza, nell’edizione funestata dal COVID, i nerazzurri si fermarono ad un passo dalle semifinali, piegati in pieno recupero da una rete di Eric Maxim Choupo-Moting (in una gara dove comunque, in verità, i transalpini meritarono la qualificazione).

La stagione seguente l’Atalanta si conferma al terzo posto in Serie A, raggiungendo ancora una volta gli ottavi della massima competizione europea per club (eliminata dal Real Madrid). Altro passettino indietro in Italia nel 2021-22, con un campionato concluso all’ottavo posto, fuori dunque dalle coppe europee. La squadra però torna a stupire a livello continentale, raggiunto i quarti di finale di Europa League per la prima volta dopo trentuno anni. Allora (si era nella stagione 1990-91) la compagine guidata prima da Pierluigi Frosio e, successivamente, da Bruno Giorgi venne eliminata dal Colonia. Anche questa volta a spegnere i sogni di gloria dei nerazzurri fu una squadra teutonica, il Lipsia.

Infine le ultime due stagioni prima di quella attuale, con gli uomini di Gasperini che conquistano una qualificazione in Europa League arrivando quinti nella Serie A 2022-23 (annata nella quale la Dea resta prima in classifica per dieci giornate) e poi, l’anno dopo, centrano la storica conquista del secondo trofeo continentale per club sconfiggendo in finale il fino a quel momento imbattuto Bayer Leverkusen di Xabi Alonso, ma non prima di aver eliminato squadre come lo Sporting Lisbona, il Marsiglia e il Liverpool (quest’ultimo regolato 0-3 a casa sua, ad Anfield).

Tutti risultati figli di una crescita esponenziale del club e di una squadra che, pur modificata profondamente in questi anni, è sempre rimasta fedele al modello di gioco predicato dal suo allenatore.

Più volte nel recente passato il Gasp ha spiegato la propria idea di calcio, costruita osservando soprattutto l’Ajax.  ‹‹A metà degli anni Novanta allenavo le giovanili della Juve. Usavo il 4-3-3 ma in Italia il 90% era 4-4-2, era tutto uno scimmiottare Sacchi. In Europa invece l’Ajax era fantastico, giocava 3-4-3 e i calciatori ballavano. Dopo averli visti, mi sono stufato e mi sono messo anche io a tre dietro››.

Proprio la difesa a tre ha caratterizzato le avventure di Gasperini sulle panchine del Genoa e dell’Atalanta. E questo nonostante l’infruttuoso tentativo di impiantare lo stesso sistema anche all’Inter, durante la sua breve avventura a Milano.

Gasperini è rimasto fedele a questa impostazione anche quando, ad un certo punto, la difesa a tre sembrava scomparsa dai radar del grande calcio. Prima cioè del ritorno in auge di questo assetto difensivo, avvenuto con Antonio Conte durante la sua esperienza come tecnico della Juventus.

In fase offensiva la chiave di tutto sta nella costruzione di quadrilateri esterni che consentono all’Atalanta di risalire il campo lateralmente. Per questo motivo, in fase di primo possesso, i difensori tendono ad allargarsi.  Il lavoro, che coinvolge terzi e quinti di difesa, mediano e mezzapunta di parte del 3-4-2-1 di base, si è poi via via evoluto fino a presentare dei difensori in grado di invadere l’area avversaria, arrivando anche alla conclusione in prima persona.

Questo tipo di approccio è stato studiato e ristudiato dagli avversari, ma la velocità e la precisione tecnica con le quali viene mossa la palla hanno spesso reso indifendibili queste soluzioni.

A variare, nel corso degli anni, sono state le caratteristiche dei calciatori ma anche, in molti casi, della disposizione del tridente offensivo. Gasperini infatti ha alternato la struttura 2-1, con due trequartisti dietro un’unica punta, a quella 1-2, con un solo no.10 alle spalle dei due attaccanti.

Quando infatti Gasp ha avuto a disposizione Alejandro Gómez (prima del litigio che sancì l’addio del Papu), lo schieramento abituale prevedeva la presenza dell’argentino come riferimento principale nella zona di trequarti. L’evoluzione del giocatore poi fu tale che, per spiegarne l’importanza in fase di rifinitura, ma anche in quella di sviluppo (e persino in costruzione), per lui fu coniato il termine tuttocampista.

Quando poi a Gómez veniva accoppiato lo sloveno Josip Iličić, ecco che l’attacco nerazzurro tornava ad avere due giocatori dietro un no.9.

A livello di trequartisti però Gasperini ha utilizzato anche elementi con caratteristiche diverse da quelle abituali. Non fini palleggiatori e dribblatori ma invasori puri, in grado di dare un contributo in zona gol, come nel caso del croato Mario Pašalić.

Anche quando Gasp ha adottato (raramente) la difesa a quattro, i principi di gioco non sono mutati. Semmai qualcosa di diverso si è visto nella già citata annata 2022-23 allorché i bergamaschi, in alcune gare, si sono presentati con un atteggiamento più reattivo e con un baricentro insolitamente basso, cercando di venire incontro alle caratteristiche di attaccanti come Rasmus Højlund, Jérémie Boga e Luis Muriel, bravi in transizione. Un qualcosa però che sembrava essere frutto di una decisione del collettivo, del suo modo di interpretare le partite più che di un ordine impartito dallo stesso Gasperini. E infatti il tecnico se n’era lamentato.

Oggi, campionato 2024-25, la squadra presenta il più delle volte un attacco a due punte, aperte nei mezzi spazi, nella figura del nigeriano Ademola Lookman e del belga Charles De Ketelaere. Entrambi stanno vivendo quella che è la loro miglior stagione in Italia. Soprattutto CDK, con l’ex Milan che, avvicinato alla porta, si è imposto come non era riuscito a fare in rossonero.

Anche se l’Atalanta si è confermata negli anni una macchina da gol, ciò che la caratterizza maggiormente è il sistema difensivo, poggiante sulla creazione di duelli individuali a tutto campo. Nel calcio di Gasperini ogni giocatore (dagli attaccanti ai difensori) è responsabile a inizio azione dell’avversario che gravita nella rispettiva zona di competenza. 

All’inizio di questa stagione questo approccio aveva presentato delle lacune tanto è vero che l’Atalanta, dopo poche giornate, si era ritrovata con una media di due gol subiti a partita. Il rientro di alcuni giocatori chiave (segnatamente il bosniaco Sead Kolašinac) e un miglior ambientamento dei nuovi (Odilon Kossounou), unito all’innalzamento del livello prestativo della squadra, ha permesso di sistemare velocemente le cose.

Anche grazie a questa ritrovata solidità difensiva gli orobici si sono trovati al primo posto in classifica, in piena lotta scudetto.

La domanda che tutti si pongono quindi non riguarda più la possibilità che la squadra rimanga in corsa per il tricolore fino all’ultimo (cosa che in molti danno per scontata), quanto invece se ci siano reali possibilità di vincerlo. Per il calcio italiano un eventuale scudetto dei bergamaschi rappresenterebbe una ventata di aria fresca: il primo scudetto vinto fuori dal circuito metropolitano Torino – Milano – Napoli – Roma da quello della Sampdoria nel 1991.

E in effetti, a guardar bene, pur essendo passata un’era, qualche analogia col titolo conquistato dai blucerchiati c’è. Tanto per cominciare, come la squadra costruita da Paolo Mantovani anche quella messa in piedi dai Percassi è stata assemblata in più stagioni. Il mercato durava molto meno ai tempi della Samp scudettata e c’era un minor movimento di giocatori. La squadra che vincerà il campionato nel maggio 1991 venne costruita dunque pezzo per pezzo, con pazienza. Roberto Mancini arrivò nel 1982. Fausto Pari lo raggiunse nel 1983, Gianluca Vialli nel 1984 insieme con Moreno Mannini. Il brasiliano Toninho Cerezo, proveniente dalla Roma, si aggiunse nel 1986, stesso anno in cui venne acquistato il portiere Gianluca Pagliuca. Attilio Lombardo venne ingaggiato nel 1989, insieme a Srečko Katanec. Tutti elementi che hanno via via raggiunto la piena maturità nel corso degli anni, proprio come sta accadendo oggi ai vari Éderson, Berat Djimsiti o Marten de Roon.

E ancora: come quella Samp aveva un nucleo di calciatori italiani sul quale fare affidamento (cosa obbligata dato che all’epoca era consentito tesserare soltanto tre stranieri per squadra) anche questa Atalanta, pur in piena derelugation per quanto riguarda i calciatori d’oltre confine, presenta una base importante di giocatori nostrani, dal portiere Marco Carnesecchi all’esterno Raoul Bellanova, da Matteo Ruggeri ai nazionali Gianluca Scamacca e Mateo Retegui, dal capitano Rafael Tolói ai neoacquisti Marco Brescianini e Nicolò Zaniolo, fino a Giorgio Scalvini e Davide Zappacosta.

Infine, in panchina alla Samp sedeva un vecchio santone del calcio dell’epoca, l’allora sessantenne Vujadin Boškov. Anche Gasperini, a sessantasei anni, vanta una notevole esperienza, anche se non paragonabile a quella di Vuja (che fu allenatore della nazionale jugoslava, del Feyenoord e del Real Madrid prima di arrivare in Italia).

La differenza maggiore con il Doria campione d’Italia risiede nel fatto che, all’inizio degli anni Novanta, pur in presenza di grandi corazzate come Milan, Napoli, Inter e Juventus, le differenze a livello di budget fra le varie contendenti erano sì importanti, ma non abissali come al giorno d’oggi. È la questione del famoso fatturato.

All’Atalanta però questo non sembra importare. C’è da scommettere quindi che la banda Gasperini ci proverà fino all’ultima giornata. 

Lascia un commento