Al di là della partita Editoriale Ritorno al passato

Il giorno in cui l’utopia venne sconfitta

Dal 5 luglio 1982 al 5 luglio 2022. Quarant’anni esatti trascorsi dal miracolo del Sarrià, stadio di Barcellona nel quale si consumò una delle (se non la) partita del secolo, quella che vide opposto il Brasile di Zico, Sócrates e Falcão all’Italia di Bearzot.

Una sfida che terminò con l’incredibile (alla vigilia e nonostante la precedente impresa degli Azzurri, vittoriosi sui campioni in carica dell’Argentina nella prima sfida del gironcino dei quarti di finale) trionfo dei ragazzi di Bearzot e che ebbe, insieme alla conquista finale dei Mondiali di Spagna, un significato storico e sociologico che va al di là del solo successo sportivo, per un’Italia uscita dalla terribile decade dei Settanta e proiettata verso lo straordinario (ancorché controverso) decennio successivo.

Per tutti questi significati extra campo si rimanda all’ancora oggi insuperato lavoro di Piero Trellini, La partita.

In questa sede invece ci limiteremo a trattare cose di campo. La famosa affermazione di Zico (secondo la quale il calcio sarebbe morto quel giorno) rende bene l’idea del trauma subito dalla tifoseria brasiliana e dai calciatori di quella squadra ma anche della percezione che, ancora a distanza di anni, quella sconfitta abbia in qualche modo segnato l’evoluzione del gioco.

Secondo Zico «se avessimo vinto quella partita il calcio probabilmente sarebbe stato differente››. Dal punto di vista tecnico, la squadra plasmata da Telê Santana aveva ripreso i canoni della tradizionale scuola brasiliana dopo il tentativo fatto con Cláudio Coutinho di adattare il futebol alla fisicità di quel calcio europeo che aveva trionfato nel 1974.

Il Brasile ‘82 invece riproponeva quella fluidità di sistema tipica del modo di giocare brasiliano, fatta di occupazione degli spazi in funzione della posizione della palla e dei compagni, di costruzione di triangoli di passaggio e di un ritmo controllato del possesso al quale dare seguito con improvvise e tecnicamente efficacissime accelerazioni in verticale.

Protagonista principale di questa fluidità offensiva era il centrocampo. All’esordio contro l’Unione Sovietica, a causa della squalifica di Toninho Cerezo, Telê Santana mise Sócrates in mediana a costruire gioco, affiancandogli Falcão. Il prossimo Re di Roma non era titolare in partenza ma la sua prestazione fu di tale livello che venne promosso titolare (a spese di Dirceu) al fianco di Cerezo al rientro di quest’ultimo.

Così lo schieramento base della mediana di quella compagine finì per vedere Cerezo and Falcão come play bassi con Zico e Sócrates trequartisti in una sorta di 4-2-2-2. Come si evince, era un centrocampo di palleggiatori. Un’utopia calcistica.

Attacco alla linea dell’Italia in un momento di quella partita: Sócrates e Júnior nei mezzi spazi, con Falcão e Cerezo che accompagnano contemporaneamente Zico.

Le rotazioni erano comunque frequenti e di particolare importanza era il movimento prodotto dal Magrão (cioè Sócrates). Il futuro giocatore della Fiorentina (nonché capitano dei verdeoro) partiva di base dal centro-destra per andare poi ad occupare posizioni diverse su tutto il fronte offensivo, finendo per sovraccaricare il lato sinistro del campo (dove agiva l’attaccante Eder) o anche per abbassarsi e aiutare in costruzione.

L’idea era quella di occupare tutti i corridoi centrali del campo, imponendo la superiore qualità del palleggio garantita dal livello di quei giocatori. A dare ampiezza di pensavano poi le avanzate di Leandro e Júnior. Nominalmente esterni bassi di difesa, i due giocatori erano invece dotati di qualità tecniche e di visione di gioco da centrocampisti (posizione che poi Júnior andrà a ricoprire in Italia col Torino di Gigi Radice) e avevano facoltà di scambiarsi con i mediani andando ad agire in mezzo al campo come falsi terzini.

Nella clip montata con VideoMatch di Sics osserviamo il gol di Júnior contro l’Argentina…non proprio da terzino tradizionale.

Entrambi inoltre partecipavano alla prima costruzione brasiliana insieme ai centrali Oscar e Luizinho. La priorità in questa situazione era quella di trovare linee di passaggio utili per connettersi con i centrocampisti prima e con i trequartisti poi.

Ad agire da riferimento più avanzato era Serginho. Il centravanti verrà poi indicato da stampa e tifosi come il responsabile principale (più del portiere Valdir Peres, anche lui non esente da colpe) della fallita spedizione spagnola, che avrebbe dovuto concludersi con la conquista del titolo.

In effetti, in quel Mondiale, sottoporta Serginho si divorò diverse occasioni e certamente il ragazzo non aveva la tecnica adatta per poter combinare con il resto della squadra. Addossare tutto le responsabilità della eliminazione alle mancanze vicino a rete del centravanti sarebbe però riduttivo.

Il no.9 infatti non venne convocato per svolgere le funzioni di un finalizzatore quanto invece per garantire fisicità alla prima linea brasiliana contro le difese europee e per svolgere compiti di apertura degli spazi per i compagni che arrivavano da dietro. E in questo, l’attaccante del San Paolo (fra l’altro convocato a causa degli infortuni di Reinaldo e Careca) svolse il suo compito egregiamente. Tanto è vero che al Brasile non mancò la fase offensiva, segnando alla fine 15 reti nelle cinque partite disputate in Spagna.

A mancare per il Brasile in quella sfida decisiva (e in tutta la spedizione spagnola) fu soprattutto la fase difensiva. Nonostante il fatto che quella nazionale fosse difensivamente più organizzata di quanto generalmente si pensi (con due linee da quattro attente a coprire gli spazi, lasciando la pressione ad iniziative individuali) a venir meno nel non possesso brasiliano era l’atteggiamento un po’ troppo naïf dei giocatori, che finiva per esporre la retroguardia a pesanti buche difensive.

Contro un’Italia magistralmente organizzata da Bearzot (che azzeccò tutte le marcature) e costruita intorno ad una versione ibrida fra l’atavico catenaccio e ciò che di moderno aveva proposto la scuola olandese nel 1974 (col risultato di dar vita alla famosa zona mista) il Brasile pagò questo atteggiamento di sufficienza, concedendo ben tre reti a Pablito Rossi.

Così, se qualcosa si deve imputare ai verdeoro per la mancata vittoria si deve guardare più alla loro metà campo difensiva che a quella offensiva.

Tornando invece all’assunto iniziale di Zico, quella sera a Barcellona non è morto il calcio ma più probabilmente, come detto da Jonathan Wilson, un certo modo di interpretarlo.

Sicuramente gli anni ’80 non sono stati caratterizzati dalla ricerca di un gioco proattivo quanto invece da proposte più inclini a trovare equilibrio e attenzione difensiva. Più Italia che Brasile quindi. D’altra parte chi vince di solito detta la linea.

Una rivincita comunque quel Brasile, pur a distanza di quarant’anni, l’ha avuta se consideriamo come oggi il gioco sembra invece orientarsi verso un approccio più vicino a quella macchina costruita da Telê Santana e che, forse, ha avuto il solo torto di essere quattro decadi avanti.

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