Al di là della partita

Ma alla fine Allegri ha qualche responsabilità?

Sono passati pochi giorni dall’eliminazione della Juventus dalla Champions League ad opera del Villareal. Per i bianconeri si tratta della terza volta consecutiva agli ottavi di finale. Nell’ultima di queste occasioni l’allenatore è stato Massimiliano Allegri.

Contro il sottomarino giallo, il tecnico livornese ha affrontato la gara di ritorno sempre partendo da un 4-4-2 ibrido che, in fase di possesso, si trasformava in un 3-5-2.

A cambiare, nella prima metà di gara, è stato invece l’atteggiamento della squadra. Infatti nel corso del primo tempo dello Stadium si è vista una Juve più intraprendente, come testimoniato dai dati relativi all’atteggiamento difensivo in termini di PPDA (basso a 7.1…per dire, secondo soccerment il ppda del Torino è di 9.47) e da quelli della fase di finalizzazione (6 conclusioni, delle quali 4 in porta).

Purtroppo per la compagine bianconera, questo atteggiamento maggiormente proposito non portava gli esiti sperati (sbloccando il risultato) e veniva abbandonato nel secondo tempo quando in campo di è vista invece la stessa Juve dell’andata, con un possesso certamente alto (61%) ma non in grado di produrre nulla di concreto a livello offensivo (0.11) e, in generale, più a non concedere quelle risalite del campo messe in mostra dagli spagnoli nel primo tempo (anche se poi non si erano concretizzate in grossi pericoli per la porta di Szczęsny).

In pratica, in entrambe le fasi di gioco la Juventus si è per così dire adeguata ai ritmi bassi di una squadra, quella di Unai Emery, che ha eseguito perfettamente un piano gara che prevedeva di depotenziare la compagine bianconera per poi andarla a colpire quando se ne fossero verificate (come poi accaduto) le condizioni.

L’interpretazione della gara da parte juventina non può che riportare in auge la tematica relativa alla conduzione tecnica di questa stagione. Senza voler cavalcare le onde mediatiche e social (di segno opposto) scatenatesi in queste ore, appare innegabile affermare come la squadra che è uscita ancora una volta prima del previsto dalla massima competizione continentale per club abbia rappresentato appieno un vademecum delle Juventus di Allegri.

E questo vuol dire una compagine reattiva in fase di non possesso, con una difesa posizionale bassa che fa difficoltà a interrompere l’azione offensiva rivale (limitandosi alla chiusura degli spazi alle proprie spalle) e che si affida in avanti alle sole giocate individuali degli uomini di maggior qualità (Cuadrado, Dybala e da gennaio anche Vlahović).

Se teniamo in considerazione come questa squadra abbia via via perso elementi chiave nello sviluppo offensivo (da Chiesa a McKennie che, pur con tutti i difetti del caso, rappresentava quell’elemento in grado di invadere la zona di rifinitura e attaccare l’area sparigliando il blocco difensivo avversario) ci rendiamo forse maggiormente conto di come manchi una proposta di gioco in grado, in qualche misura, di sopperire alle assenze.

L’atavica considerazione secondo la quale la compagine bianconera manchi di elementi di qualità a centrocampo è contraddetta dalla presenza di giocatori come Arthur e Locatelli, nazionale brasiliano il primo e campione d’Europa con l’Italia solo qualche mese fa il secondo.

Certamente, entrambi non stanno rendendo come atteso ma questo sembra più imputabile al loro utilizzo e alle richieste fatte loro dal tecnico juventino più che a qualità dei singoli. Il caso di Arthur appare in tal senso emblematico.

Libero di giocare a causa della mancanza di una vera pressione avversaria, contro il Villareal il brasiliano ha registrato 6 passaggi chiave, cioè passaggi che hanno permesso alla sua squadra il superamento di almeno una linea difensiva spagnola.

E tuttavia, l’apporto alla manovra dell’ex Barcellona non è stato determinante ai fini del risultato a causa di una disposizione offensiva della Juventus che non ha messo Arthur nelle condizioni ideali per mettere in pratica un palleggio sul corto (suo punto di forza) in grado di collegare adeguatamente e proficuamente costruzione e rifinitura.

Una situazione che la Juve dovrebbe attuare più spesso, con Arthur in regia e Locatelli che attacca la profondità.

Detto ciò, non deve quindi stupire il dato dei palloni toccati in area avversaria da Vlahović: appena 4, un dato che stride con le potenzialità dell’attaccante serbo e con le necessità di segnare che aveva la squadra.

Alla fine quindi, ancora una volta, non è questione di prendere posizione a favore o contro un modo di interpretare il gioco quanto invece di fare i conti con risultati e dati oggettivi che non sembrano rispecchiare il valore di una rosa che, al netto degli infortuni, sulla carta valeva di più di un’uscita agli ottavi contro il Villareal.

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