Come giocava il Padova di Mauro Sandreani

Mercoledì 15 giugno 1994 è una data storica per i tifosi patavini. Quel giorno infatti il Padova Calcio conquistava a Cremona il diritto di partecipare al campionato di serie A della stagione successiva. Per i biancoscudati significava tornare nella massima serie dopo trentadue anni di assenza.

Una A che non era figlia dell’improvvisazione: il Padova aveva infatti già sfiorato la promozione nel 1991 e 1993. Partendo da quelle delusioni, la società seppe assemblare un gruppo che riuscì a cogliere, proprio in quel 1994, l’agognato traguardo dopo lo spareggio col Cesena giocato appunto sul neutro di Cremona.

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Il Padova della promozione.

Sarà quello l’inizio di un formidabile biennio che vedrà i patavini centrare la salvezza il primo anno dopo un altro spareggio (vinto col Genoa ai rigori in quel di Firenze) prima di tornare in serie B al termine della stagione 1995/96, nonostante una stagione che aveva messo in mostra la coppia di attaccanti formata da Goran Vlaović e Nicola Amoruso.

Artefici massimi di quell’epopea biancoscudata furono il direttore sportivo Piero Aggradi e lo staff tecnico guidato da Mauro Sandreani.

Ex giocatore della Roma e del Genoa negli anni 70, in futuro stretto collaboratore di Antonio Conte alla Juventus e con l’Italia, Sandreani è stato uno dei tecnici più interessanti nel panorama calcistico nazionale degli anni 90.

Dopo aver rinnovato il gruppo che aveva conquistato la promozione con gli innesti di Vlaović e del difensore americano Alexi Lalas (il primo statunitense a mettere piede in serie A) ai quali si sarebbe successivamente aggiunto il centrocampista olandese Michel Kreek, il Padova, nonostante un avvio shock (0 punti nelle prime quattro giornate, 0 gol fatti e 12 subiti), riesce a rimettersi in carreggiata grazie ad un sistema di gioco e ad un approccio tattico molto solido che permette a Sandreani di invertire la rotta nelle due giornate seguenti, con il pareggio (3-3) contro il Napoli e la successiva, sorprendente vittoria casalinga contro il Milan (2-0).

In pratica, quel Padova veniva schierato dal suo allenatore con un sistema 5-3-2 piuttosto difensivo (e, d’altra parte, proprio sul 5-3-2 Sandreani ha scritto la sua tesi del corso master di Coverciano).

‹‹Giocare coi 4 in linea è troppo rischioso: può farlo solo il Milan. Schierare il libero non è rinnegare un’idea: resto fedele alla zona e al calcio universale››.

Il 5-3-2 proposto da quel Padova non aveva velleità di possesso, come ad esempio il Parma di Nevio Scala, quanto piuttosto la necessità di garantire alla squadra una migliore copertura centrale, anche perché a quei tempi la ricerca della giocata verticale era molto più marcata rispetto al calcio del duemila.

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Sandreani dà istruzioni.

In questo senso, disporre di tre centrali consentiva di coprire meglio la profondità potendo contare, in fase di non possesso, su un blocco centrale 3+3 al quale si aggiungevano due quinti abili in fase difensiva come Balleri e Gabrieli.

Proprio gli esterni avevano un ruolo tattico fondamentale in quanto dovevano essere in grado di leggere la situazione per capire quando scalare alle spalle dei centrocampisti e quando, invece, arretrare sulla linea dei centrali. Questa scelta dipendeva anche dalla posizione della palla: se la palla era bassa, l’esterno andava a raddoppiare l’interno di centrocampo mentre, con palla all’interno della propria trequarti, il quinto andava a fare la diagonale difensiva con i centrali.

Su palla laterale uno dei quinti si alzava a contrasto mentre l’altro poteva dunque abbassarsi per creare una situazione difensiva di 3+1 mentre, su palla centrale, la situazione era più complessa. Il Padova comunque non aveva problemi a lasciare campo e palla agli avversari dato che gli obiettivi non erano più ambiziosi del raggiungimento della salvezza.

Così, anche un approccio reattivo poteva andar bene. Per equilibrare le due fasi, in possesso i biancoscudati disponevano di due mezzali abili negli inserimenti e nelle conclusioni come Kreek e Damiano Longhi.

Dal punto di vista difensivo la squadra non attuava un pressing ultra-offensivo ma uno basso e ai tre centrali non veniva chiesto di abbandonare la posizione, tenendo la squadra compatta nella propria metà campo. In transizione negativa, i movimenti avversari alle spalle dei quinti venivano di solito volta seguiti dalle mezzali, così da tenere i difensori compatti a difesa della loro zona di competenza. I braccetti intervenivano ad assorbire i tagli solo se questi ultimi erano molto profondi mentre, a squadra schierata, erano pronti a seguire gli attaccanti rivali anche molto avanti, rompendo la linea.

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Palla esterna a Bergkamp con i tre difensori del Padova a presidio della zona centrale.

Contro squadre che schieravano una sola punta, Sandreani accettava il 3 contro 1 facendo salire gli esterni sulla linea di centrocampo. Viceversa, contro un tridente, i quinti si abbassavano andando a controllare le ali avversarie.

In fase di possesso, con le fasce occupate da Gabrieli e Balleri, le mezzali non facevano tagli esterni anche se potevano comunque inserirsi alle spalle del terzino avversario. Kreek e Longhi avevano comunque il compito di attaccare lo spazio in avanti che veniva a crearsi dai movimenti opposti delle due punte. Altro movimento era quello di far entrare sulla trequarti offensiva la mezzala opposta alla zona dove si sviluppava la manovra offensiva.

In fase di costruzione i due braccetti avevano tendenzialmente quattro opzioni a disposizione: passaggio sulla mezzala, al play basso (Zoratto il primo anno di A), all’esterno oppure lancio diretto ad una punta. Il concetto base era quello di far seguire sempre ad una palla indietro o orizzontale una verticale.

Queste, in linea di massima, le linee guida di quel Padova che seppe stupire la massima serie, soprattutto il primo anno, con un gioco tanto pragmatica quanto efficace.

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