Andrea Liguori: le mie esperienze, la mia filosofia…

Giovane, preparato, Andrea Liguori è una degli esponenti di quella nuova ondata di
allenatori italiani alla quale abbiamo già accennato parlando di Enzo Maresca.

Vice-allenatore con Marco Simone durante le esperienze dell’ex attaccante milanista
sulle panchine del, Losanna, Tours, Laval e Club Africain, Liguori era in procinto di
seguire l’ex patron del Legnano calcio anche nell’avventura col Milan B quando invece
le note vicende societarie hanno convinto i rossoneri ad annullare (o rimandare?) il
progetto della squadra B.

Ma la carriera del mister è partita molto prima: allenatore e campione nazionale alla guida della Juniores Nazionale del Fidene, Liguori era già stato secondo a Bellinzona in Challenge League (serie B), alla primavera del Napoli con Giampaolo Saurini, (insieme al quale ha guidato i partenopei alla Youth League uscendo negli ottavi di finale contro il Real Madrid per un gol subito al quarto minuto di recupero) e poi al Losanna con Francesco Gabriele.

Andrea Liguori

Andrea Liguori al tempo dell’esperienza col Fidene.

Approfittiamo allora di questa sosta forzata per discutere col tecnico napoletano delle
sue esperienze passate della sua idea di calcio.

Come è iniziata la tua esperienza da secondo di Simone?

Ho conosciuto Marco Simone a Losanna. Io ero arrivato ad inizio stagione con Francesco Gabriele (attuale allenatore della Svizzera U20) e Simone è
subentrato ad ottobre dopo l’esonero appunto dello stesso Gabriele. La società decise di
lasciarmi al mio posto e così ho continuato a fare il mio lavoro fino al termine del
campionato. Alla fine della stagione il mister mi chiese di seguirlo in Francia a
Tours in Ligue 2 e lì è cominciata in maniera ufficiale la nostra collaborazione.
Da esperto quale sei del calcio francese e belga, ci puoi dire il livello attuale di
Ligue 1 e Pro League?

Il calcio francese è molto competitivo e ha un’intensità e un dispendio fisico
superiore al nostro. Hanno un modo diverso d’interpretare il calcio, sono molto meno
abituati a gestire le partite e magari ad amministrare il risultato, con la conseguenza che
si danno battaglia per tutti i novanta minuti. Senza naturalmente tralasciare il fatto che in Francia ci sono calciatori superlativi sotto il profilo puramente tecnico e mi sento di
estendere lo stesso giudizio sulla Ligue 2, campionato che conosco perfettamente per
averlo disputato. In Belgio la situazione è diversa: esistono squadre come Anderlecht,
Standard Liegi, Genk che hanno organici superiori alla media ,
le partite sono molto avvincenti e l’organizzazione non è da meno anche se in
generale puntano molto sulle qualità individuali dei propri calciatori tralasciando
qualcosa sul profilo tattico.

Il calcio moderno è diventato fluido a livello tattico: ormai non conta più tanto
il sistema di partenza quanto il modo in cui una squadra occupa gli spazi nelle
due fasi di gioco. Qual è il tuo parere in proposito?
Il mio parere è che un buon allenatore deve essere un ottimo sarto, deve saper
confezionare l’abito giusto in base ai calciatori che ha a disposizione. Non bisogna
restare fermi sulle proprie convinzioni altrimenti si corre il rischio di limitare un calciatore ingabbiandolo in dogmi tattici che non lo lasciano esprimere al massimo.
Bisogna derogare dai propri principi, che devono essere chiari e diretti per tutti, al fine
di trovare la giusta chiave per poter trovare un modo che permetta a tutta la rosa di
essere coinvolta ma soprattutto, cosa più importante, di essere altamente competitiva.
Anche perché sono veramente poche le squadre che possono permettersi di lasciare
inalterata la propria identità a prescindere dell’avversario di turno.

Qual è la tua filosofia e quali i tuoi principi di gioco?
A me piace comandare la partita e non speculare sull’avversario. Mi piace imporre il
ritmo e soprattutto decidere in che zona di campo bisogna battagliare, con la
consapevolezza che l’avversario non sarà d’accordo. Innanzitutto, in ogni momento
della gara non ci deve essere un solo calciatore passivo in entrambi le fasi di gioco e
tutti dovranno essere coscienti che ci sarà da fare una corsa in più, una scalata, una
copertura ecc. ecc. La palla deve muoversi in maniera veloce e non mi piace
assolutamente un possesso palla fine a se stesso, diciamo sterile. Negli ultimi trenta metri di campo bisogna avere la forza di trovare la giocata in verticale, di muoversi tra i reparti costringendo gli avversari a rompere le linee, agendo in disequilibrio. È una cosa
in cui credo ciecamente quella di saper entrare nella testa del singolo in modo
che il giocatore non sia solo un semplice esecutore ma faccia suo lo stile di gioco. Il calciatore non deve essere un mero interprete.

Che tipo di esercitazioni usi per trasmettere il tuo calcio ai giocatori?
Non amo l’esercitazione scolastica o, diciamo cosi, puramente tecnica. Mi piace invece riprodurre in allenamento situazioni di gioco reali che il calciatore possa
tranquillamente ritrovare e riconoscere in partita. Il tutto cominciando già dal
riscaldamento che deve avere contenuti che proiettino il calciatore nella esercitazione
di gioco seguente. Anche sotto il profilo fisico preferisco raggiungere l’obiettivo
attraverso il gioco, rifinendo il lavoro con esercitazioni mirate dal preparatore atletico.

Ormai molte squadre lavorano per cercare di migliorare il proprio gioco nelle
varie zone di prima costruzione, seconda costruzione, rifinitura e
finalizzazione. Tu che importanza dai ad un lavoro di tipo ‘settoriale’ e in
quale zona la tua squadra ideale dovrebbe sapersi esprimere al meglio?
Il lavoro settoriale credo che sia la base necessaria per creare una squadra compatta. È necessario che tutti i calciatori abbiano nozioni differenti in base alle varie altezze di
campo, con la consapevolezza che non si può avere lo stesso atteggiamento se hai
palla tra i piedi al limite della propria area di rigore o negli ultimi trenta metri avversari.
Inoltre, anche la fase difensiva assume un atteggiamento diverso con i difensori e i
centrocampisti che lavorano insieme man mano che la squadra si abbassa e gli
attaccanti che cercano d’indirizzare il gioco dove noi vogliamo creare superiorità
numerica. Il settore che ritengo fondamentale è la fase di seconda costruzione, a mio
avviso un momento chiave per la riuscita dell’azione in quanto la squadra sarà già per
il 60/70% riversata nella metà campo avversaria e in caso di errore sotto la linea della
palla, in coperture preventive, rischieremmo l’1vs1. Di conseguenza, ritengo che questa sia la fase dove la mia squadra debba esprimersi al meglio. In prima costruzione la squadra può sempre affidarsi ad una seconda palla con la conseguente risalita dell’intero blocco.

A livello soprattutto europeo rivestono grande importanza gli half-spaces
(mezzi spazi). Come consideri l’occupazione di queste zone di campo
all’interno della tua proposta di gioco?
Gli half-space sono la conseguenza del tatticismo ormai esasperato e della grande
densità che la maggior parte delle squadre usa negli ultimi trenta metri, con le linee ben
serrate e con la sola disponibilità di giocare in fascia. È proprio da questa necessità
che si cera di trovare anche i cosiddetti spazi ristretti per poter entrare tra le maglie
avversarie cercando di far loro rompere le linee. Bisogna allenarsi sulla velocità della
circolazione della palla e sulle qualità dei singoli giocatori visto che uno spazio ristretto
richiede un’alta velocità di esecuzione. È una soluzione sulla quale mi piace lavorare,
soprattutto in blocco squadra negli ultimi 30/35 metri di campo, con gli esterni a fare
densità all’interno del campo e i terzini che prendono l’ampiezza e con gli altri che
lavorano in anticipo e in prevenzione per eventuali ripartenze avversarie.

Al giorno d’oggi molte squadre utilizzano una fase di prima costruzione
piuttosto elaborata. Lo scopo è quello di attirare la prima linea di pressione
avversaria per poi cercare di superarla e attaccare in campo aperto o per
consolidare il possesso. Tu cosa pensi di questo approccio?
Molto dipende dalla qualità dei singoli calciatori che hai a disposizione visto che in
fase di prima costruzione, con l’intero blocco avversario sotto la linea della palla, oltre
all’organizzazione devi avere qualità e devi lavorare molto sulla testa del calciatore per
convincerlo della bontà della proposta.

Qual è la tua opinione sull’eterno scontro fra sostenitori della marcatura mista
e fautori di quella a zona pura sulle palle inattive contro?
Per quanto mi riguarda sono un fautore della marcatura a uomo sui calci d’angolo, sia
perché il contatto fisico nella maggior parte dei casi è un vantaggio per il difensore, sia perché poi ogni calciatore sa di avere una lente d’ingrandimento puntata addosso, cosa quest’ultima che lo stimola d una maggior attenzione e applicazione su ogni pallone, perché non ha alibi. Invece, sui calci piazzati la cosa cambia e bisogna lavorare in linea facendo leva sul timing e sulla capacità del singolo nell’attaccare la palla.

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Liguori, il primo da sinistra, nello staff di Marco Simone al Club Africain.

Le moderne tecnologie hanno messo a disposizione del grande pubblico un
numero crescente di dati. Non è quindi difficile trovare su internet o in sala
stampa persone che riescono a parlare con gli allenatori utilizzando strumenti
quali pass maps delle partite o expected goals (xG). Cosa pensi dell’uso di
queste statistiche e del fatto che molti tecnici contino nel proprio staff tattici e
match analysts?
Parto dal presupposto che non tutti gli allenatori si servono degli stessi dati e danno
importanza alle stesse indicazioni, ma ognuno cerca di rastrellare più dati possibili in
base alla propria proposta di gioco. Per quanto mi riguarda trovo fondamentale la
figura del match analyst e l’uso dei gps. Il primo mette i giocatori davanti
all’evidenza delle cose e rafforza l’idea di gioco che vuoi trasmettere con l’uso delle
immagini mentre il gps oltre a fornire dati precisi sul dispendio fisico del calciatore, aiuta anche a capire le zone di campo dove ha lavorato di più. Io non credo molto nei  numeri perché ritengo il gioco del calcio legato a tantissime variabili ma a lungo andare i numeri dicono sempre la verità.

Ci sono degli allenatori che guardi con particolare attenzione? E perché?
Mi piacciono molto gli allenatori che danno un’impronta indelebile alla propria
squadra, che oltre a trasmettere nozioni ed organizzazione riescono anche ad inculcare il proprio credo e il proprio atteggiamento fondendo il singolo in unico blocco. Seguo e
studio con molta attenzione Conte, Simeone e Klopp che considero dei veri e propri
leader. Allo stesso tempo, hai la sensazione che tra loro e la squadra non ci sia alcuna
differenza, tranne il fatto che loro siedono in panchina.

Ritieni che un calcio più ‘articolato’, forse anche ‘complesso, come quello di Guardiola possa ottenere risultati anche in un calcio conservatore come quello italiano?
Guardiola per cultura, intelligenza e atteggiamento non avrebbe nessun problema in
nessun campionato.

Ultima domanda: cosa speri ti riservi il futuro?
Dopo le grandi esperienze che ho maturato in Italia e all’estero come vice-allenatore,
non nascondo che dentro di me sta crescendo la voglia di misurarmi con la panchina in modo più diretto e di riprendere quel discorso interrotto nel 2012 dopo aver vinto in due anni un campionato e lo scudetto del 2011 alla guida della Juniores Nazionale del Fidene.
Mi piacerebbe restare tra i professionisti magari ripartendo proprio da una Primavera,
categoria che ritengo ideale per riprendere il mio cammino.

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