Cosa resta del verdetto sul City

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Foto: IMAGO /Newscom World

E così dunque il Manchester City è stato riconosciuto colpevole di aver violato le regole finanziarie della Premier League. La battaglia legale non è finita e, probabilmente, non finirà nemmeno dopo l’appello (il club ha quattordici giorni di tempo per presentarlo). Difficile dire cosa accadrà. Quel che resta è che aveva ragione Zdeněk Zeman quando, pur in altro contesto, aveva parlato nell’ormai lontano 1998 di doping finanziario.

Certo, è più facile vedere quello di un Lance Armstrong, a base di sostante dopanti, che quello di chi investe fondi e risorse economiche che non avrebbe potuto utilizzare. Ma il risultato è lo stesso: le prestazioni sono alterate.

I dati riportati da The Athletic sono impressionanti. Il City ha ricevuto oltre 1.2 miliardi di sterline di finanziamenti dalla proprietà nei primi sette anni dopo l’acquisto da parte del gruppo facente capo allo sceicco emiratino Mansur bin Zayd Al Nahyan.

Per nove stagioni, dal 2009-10 al 2017-18, il club non è stato in grado di fornire adeguate informazioni finanziare in merito ad alcune operazioni condotte.

Quando poi la Premier ha cominciato a mettere dei paletti, il Manchester li ha bypassati tramite l’impiego di sponsorizzazioni come quella di Etihad, che si è in pratica rivelata essere un altro modo con cui, aggirando appunto i paletti fair play finanziario della lega (introdotto dalla Premier nel 2013 sulla base di quello istituito dall’Uefa due anni prima), Abu Dhabi continuava a immettere soldi nel club.

Se sommiamo quanto fatto dal City a ciò di cui è stato trovato colpevole il Chelsea, relativamente al periodo che va dal 2009 al 2022, ci rendiamo conto di come su un’intera epoca della Premier cominci ad aleggiare lo spettro di risultati falsati.

In un tempo di ricchi proprietari che gettavano denaro nelle società di calcio, le spese folli sul mercato erano più tollerate. L’arrivo dei fondi ha stravolto tutto, dando ad alcune società mezzi superiori. Quando poi, con alcuni di questi fondi, sono arrivati gli Stati sovrani, ecco che la concorrenza è diventata se non sleale, certamente impossibile da pareggiare per gli altri.

La questioni quindi non è tanto se il City riuscirà o meno a cavarsela nei prossimi gradi di giudizio. Il punto invece è la sensazione di déjà vu, cioè di rivivere appunto nel calcio le stesse sensazioni avute durante gli anni di dominio di Armostrong al Tour de France, quando si è assistito a una competizione alterata, che ha finito per invalidare tutto quanto accaduto sul campo, comprese le emozioni vissute. Chiunque era abbonato a Sky Sports o ha comunque seguito da tifoso del periodo potrebbe legittimamente fare causa al Manchester. Lo stesso discorso vale per i club arrivati secondi.

Ha ragione Andy Robertson quando afferma che i giocatori non sono da condannare per quanto accaduto. E qui sta la differenza col programma di Armostrong e della sua squadra. Quei ciclisti infatti andavano sulla strada potenziati dall’uso di sostanze dopanti, consapevoli di quanto stava accadendo, contrariamente ai giocatori. Resta però il fatto che squadre così forti come il City di Pep Guardiola non sarebbero state assemblate se il club avesse rispettato le regole. E chissà che anche l’attesa di questo verdetto e delle sue conseguenze non abbia contribuito a convincere il tecnico catalano a prendersi un anno di riposo dopo dieci stagioni trascorse a Manchester…

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