Foto: IMAGO / Every Second Media
Prima Thomas Tuchel, poi Anthony Gordon, hanno concordato nel sostenere che controllare la partita tramite il possesso non faccia parte del DNA del calcio inglese. La questione è sorta ritornando col pensiero alla semifinale del recente Mondiale 2026 dove l’Inghilterra, a un certo punto, ha lasciato palla e campo all’Argentina, finendo per essere rimontata da Lionel Messi e compagni.
Molto si è discusso al tempo e nelle settimane successive dell’atteggiamento eccessivamente prudente adottato da Tuchel per difendere il risultato. Un atteggiamento che si è ritorto contro il tecnico tedesco, col risultato appunto di favorire il ritorno dell’Albiceleste.
Ovviamente, la sofferenza prodotta da una sconfitta che ha privato l’Inghilterra della possibilità di accedere alla sua prima finale mondiale dopo sessant’anni, non può essere svanita nel nulla dopo pochi mesi.
E infatti, al momento del raduno per gli impegni di Nations League, se ne continua a parlare. ‹‹Penso che il possesso palla giochi un ruolo cruciale; forse non è nel nostro DNA come lo è in quello spagnolo o in quello argentino-brasiliano, cioè prendere la palla e controllare la partita attraverso il possesso›› ha dichiarato Tuchel.
Da parte sua, Gordon ha aggiunto che ‹‹a livello culturale non si tratta solo di quel torneo o di quella partita in cui non siamo riusciti a gestire il gioco. Come nazione non abbiamo quella forza che hanno gli spagnoli, per cui controlliamo le partite come fanno loro. Non è nel nostro DNA. Non sono sicuro che sia qualcosa che si possa insegnare. Giocando in Spagna posso parlare con cognizione di causa riguardo al modo in cui tengono la palla››.
Questa questione del DNA ritorna spesso quando si vuole sottolineare l’impossibilità per un una squadra di allontanarsi da quella tradizione calcistica che l’ha sempre caratterizzata. Ricordate in Italia, all’avvento di Maurizio Sarri alla Juventus? Anche in quella occasione si era parlato di DNA juventino, della necessità di andare avanti con una squadra muscolare, dall’idea di calcio reattiva.
Ma questo DNA esiste davvero? La Spagna è diventata una nazionale fortissima, capace di vincere tutto, proprio quando ha abbandonato il suo presunto DNA. Chi ha qualche anno in più sulle spalle ricorderà infatti come la Selección sia sempre stata storicamente caratterizzata da un calcio cosiddetto all’italiana, fatto di difesa e contropiede: libero, rigide marcature a uomo e palla ai giocatori di maggior talento.
Una mentalità un po’ più offensiva la si cominciò a vedere, in parte, con l’avvento della Quinta del Buitre, cioè di giocatori di maggior estro e fantasia come appunto Emilio Butragueño, Míchel e Martín Vázquez.
Ma è soltanto col passaggio di Johan Cruyff a Barcellona in qualità di allenatore che la Spagna si è votata (non senza qualche resistenza iniziale) a quel modello posizionale che poi è diventato sinonimo di calcio iberico.
In Inghilterra è successo qualcosa di simile nei dieci anni che hanno visto Pep Guardiola, l’allievo prediletto di Cruyff, impegnato come allenatore del Manchester City. Anche se i media inglesi sono pieni di articoli che, nelle ultime due stagioni, hanno parlato di un ritorno a un approccio più tradizionale per quei luoghi, uno fatto di palla lunga, verticalità e scontri fisici, l’imprinting lasciato dal catalano resta ancora oggi ben visibile nel massimo campionato locale.
Ecco perché parlare di DNA nel calcio ha poco senso. La sconfitta con l’Argentina non può essere giustificata con l’incapacità inglese nel gestire palla sul risultato di vantaggio.
La nazionale magari non era in grado di tenere un possesso del 65%, come quello registrato poi in finale dalla Spagna contro lo stesso avversario, ma poteva almeno evitare di farsi schiacciare dai sudamericani, come invece è successo e, soprattutto, doveva gestire meglio i palloni avuti a disposizione, imbastendo contropiedi che potevano approfittare dello spazio lasciato dalla squadra di Lionel Scaloni.
Lo stesso Gordon, passato questa estate dal Newcastle al Barcellona per £69.3 milioni, ha aggiunto che ‹‹giocando in Spagna, posso parlare con cognizione di causa del fatto che il modo in cui tengono la palla è diverso. È molto diverso da qualsiasi cosa abbia mai sperimentato giocando in questo paese. Non sono sicuro che riusciremo mai a raggiungere quel livello, ma possiamo decisamente migliorare, oppure magari percorrere un’altra strada e valorizzare davvero i nostri punti di forza, ovvero un calcio fisico, diretto e basato sul contropiede››.
Così non è stato quella notte ad Atlanta e, di conseguenza, eccoci quindi di nuovo qui a parlare di DNA…


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