In un Grosso guaio

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Foto: IMAGO / ABACAPRESS

Così no. Proprio nel giorno in cui il club festeggiava i cento anni dalla fondazione, la Fiorentina ha pensato bene di cadere rovinosamente in casa contro il neopromosso Frosinone di Massimiliano Alvini. Una sconfitta pesante, anche se sullo 0-3 finale pesano gli errori compiuti dai viola in zona gol. In questo senso, la Fiorentina avrebbe potuto evitare la sconfitta e, magari, rimediare almeno un punto. Comunque sia, il rovescio ha assunto proporzioni eccessive per quanto visto in campo, come riconosciuto dallo stesso tecnico ospite.

I fatti però ci dicono che, dopo due giornate, la Fiorentina è in fondo alla classifica, dopo aver subito sètte reti e senza essere riuscita a realizzarne nemmeno una. Insomma, dallo scorso campionato, quello della sofferta salvezza, centrata soprattutto grazie a un buon girone di ritorno, non sembra essere cambiato nulla. Eppure, di acqua sotto i ponti sull’Arno ne è invece passata molta.

Nuovo il presidente (l’entusiasta Giuseppe B. Commisso), nuova la direzione tecnica (Fabio Paratici, al primo mercato da direttore sportivo della Fiorentina), nuova la conduzione tecnica (affidata a Fabo Grosso, reduce da un buon campionato alla guida del Sassuolo), nuova la squadra, grazie ai numerosi innesti estivi.

Eppure, centottanta minuti nel nuovo campionato, ed ecco riaffiorare i fantasmi de passato. Sicuramente è troppo presto per parlare di panico, ma un campanello d’allarme deve comunque doverosamente suonare. Forse queste righe, fa qualche settimana, non saranno più valide. Il dovere del cronista però è appunto quello di fare cronaca, di analizzare cosa succede sul momento e non solo di tirare le somme a stagione conclusa.

E quindi, eccoci al punto. In un Franchi in via di ristrutturazione, in attesa che si completi quel lifting necessario per ospitare alcune gare di Euro 2023, la Fiorentina di quest’anno è parsa squadra dai molti talenti in fase offensiva, ma paurosamente fragile quando si è trattato di difendere.

La partita col Frosinone, più che quella dell’Olimpico, ha confermato questo assunto. Memore della batosta rimediata in casa della Roma (e, probabilmente, dopo che qualcuno ha bussato alla sua porta) Grosso ha completamente cambiato volto all’undici di partenza per l’esordio in Serie A fra le mura amiche (per ora).

Dopo essersi ricordato che la società, visti i patemi dell’ultima stagione, gli ha consegnato quattro terzini nuovi di zecca, l’ex campione del mondo del 2006 ha fatto fuori sia Dodô che João Mário, maltrattati dai giallorossi una settimana fa, per inserire Alex Jimenez e Víctor Valdepeñas.

Lo spagnolo ha risposto presente, soprattutto quando la squadra attaccava, assecondandone l’indole offensiva. Di contro l’ex milanista è uscito malconcio dal confronto con il georgiano Giorgi Kvernadze, ennesimo dribblatore proveniente dalla Colchide, nota culla del vino e produttrice anche di ali frizzantine.

La presenza di Cher Ndour come mezzala destra, deputata in teoria ad aiutare Jimenez, è stata ectoplasmatica. Male anche il leggerino Christ Oulaï, per il quale è stato sacrificato (a furor di popolo) il più pronto Nicolò Fagioli.

Davanti, riportato in mezzo al campo Arthur Atta (dopo averlo utilizzato come trequarti a Roma), Grosso ha proposto dal primo minuto Mateo Pellegrino come centravanti, in vece del reprobo Moise Kean, affiancato da Albert Guðmundsson e Franco Mastantuono.

L’argentino, come già nella capitale, ha fatto vedere lampi della sua classe. Qualità ce n’è, anche se a intermittenza. Il numero 30 resta però l’elemento in grado di accendere la luce, candidandosi già al ruolo di imprescindibile. 

Anche Pellegrini si è disimpegnato bene, come nell’occasione in cui ha servito Guðmundsson, mettendolo a tu per tu con Lorenzo Palmisani. Peccato che l’islandese non abbia saputo far di meglio che tirare debolmente addosso al portiere frusinate.

In generale, l’idea di connettere fra loro i giocatori offensivi per smantellare gli uno contro uno a tutto campo orchestrati da Alvini era sensata. Tant’è che, come detto, le occasioni la Fiorentina le ha avute. È mancata però concretezza (dici poco).

Dove invece si è manifestato il panico vero e proprio è stato in difesa. Detto di Jimenez, non è che Radu Drăgușin e Marin Pongračić abbiano disputato chissà quale partita. Anzi, l’intera fase difensiva della Viola è stata un pianto. A cominciare dal portiere. Il David De Gea della prima stagione fiorentina sembra ormai uno sbiadito ricordo. Anche a Frosinone, come già successo a Roma, lo spagnolo è stato tutt’altro che irreprensibile.

In attesa di ulteriori notizie dal mercato, in che modo Grosso risolverà i problemi della squadra è ancora un tema avvolto nel buio più fitto. Forse questa rosa, nonostante i tanti cambiamenti avvenuti durante questo mercato, ha ancora un legame troppo forte col passato recente.

In questo momento superare la Fiorentina è fin troppo facile. Basta essere organizzati dietro, perché davanti, prima o poi, se si attacca, si raccoglieranno i frutti delle leggerezze difensive viola.

I tifosi della Fiorentina sono dunque destinati a un’altra stagione di affanni o, al massimo, all’anonimato del centro classifica? La prudenza induce a non essere affrettati nel proporre giudizi apodittici. Questo però è lo stato attuale delle cose. Urge correre ai ripari.  

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