Foto: IMAGO / Laci Perenyi
Esiste la partita perfetta? Annibale Frossi, occhialuto ex giocatore e giornalista, diceva che questa era quella che finiva 0-0 perché nessuna delle due squadre aveva commesso errori. Nella memoria collettiva italiana sono considerate però ‘perfette’ quelle partite che hanno lasciato qualcosa di iconico, a livello di gol segnati, giocatori presenti in campo, posta in palio o, semplicemente, perché ad esse sono legati alcuni dei nostri ricordi più belli.
In questo senso, in Italia, a livello nazionale vengono citate soprattutto Italia – Germania Ovest 4-3 (semifinale del Mondiale messicano del 1970) o Italia – Brasile 3-2 (girone dei quarti di Spagna ’82, quella della tripletta di Paol Rossi contro i favoriti brasiliani).
Se però scendiamo a livello di prestazione individuale, la situazione si fa più difficile, perché di partite memorabili giocate da questo o quel giocatore se ne possono trovare tante. Tuttavia, volendo individuare la partita perfetta per ruolo, difficilmente (almeno per la mia generazione) si potrà citare per un difensore centrale una prova diversa da quella offerta da Franco Baresi contro il Brasile a Pasadena, nella finale del Mondiale americano del 1994.
Quella partita ha rappresentato il bignami ideale di cosa volesse dire essere un centrale di difesa moderno. Una lezione gratuita impartita a compagni, avversari, telespettatori e anche ai giovani calciatori che sono venuti dopo, tanta fu la modernità di quelle giocate.
Baresi si presentò a quella sfida reduce da un infortunio al menisco, che lo aveva visto uscire dal campo al quarto minuto del secondo tempo della partita che l’Italia riuscì a vincere 1-0 con la Norvegia. Partita importante per il prosieguo della competizione degli Azzurri e partita che viene ricordata soprattutto per la clamorosa decisione di Arrigo Sacchi di togliere dal campo Roberto Baggio (che ebbe la famosa reazione del ‹‹questo è matto››, trasmessa in mondovisione) al momento di decidere chi sostituire per mandare in campo Luca Marchegiani, portiere che doveva rilevare il titolare Gianluca Pagliuca, espulso pochi attimi prima.
La gara con i norvegesi (decisa fra l’altro da un gol di testa di Dino, l’altro Baggio) consegnerà all’Italia una vittoria che, come detto, si rivelerà fondamentale ai fini di un difficoltoso passaggio della nazionale alla fase a eliminazione diretta.
Da quel momento in poi, come spesso le è capitato nella sua storia, l’Italia si accese, correndo dietro alla stella di Roby Baggio e arrivando fino all’atto conclusivo della manifestazione iridata.
A Los Angeles però si presentò una formazione incerottata, con molti giocatori ormai completamente spremuti da un torneo faticoso, giocato a orari e con climi impossibili (come accaduto al recente Mondiale nordamericano).
Ancora due giorni prima della finale, il forfait di Baresi era dato per certo, con Sacchi alle prese anche con l’assenza di Alessandro Costacurta, ammonito in semifinale con la Bulgaria e perciò squalificato.
A quel punto però comincia a circolare una strana idea: mandare in campo un Baresi operato al menisco appena venticinque giorni prima. Con Roberto Baggio anch’egli alle prese con problemi fisici, Sacchi però non può permettersi di mandare in campo un altro giocatore a rischio infortunio, in un’epoca in cui erano ammesse soltanto due sostituzioni.
La presenza in campo di Baresi avrebbe tuttavia una serie di ricadute positive sulla squadra. Dal punto di vista tecnico, anche se non a cento per cento, si tratterebbe di schierare il miglior difensore del mondo. Il suo recupero prodigioso inoltre darebbe una grande spinta morale ai compagni, da parte loro impegnati nei giorni precedenti la sfida a cecare di convincere il capitano a stringere i denti. Per Sacchi, infine, si tratterebbe di recuperare il suo leader difensivo.
La rifinitura prima della finale non scioglie i dubbi. Le attenzioni maggiori sono concentrate sulle condizioni di Baggio, ma Sacchi deve anche decidere chi, fra Luigi Apolloni e Baresi mandare in campo da titolare al centro della difesa, a far coppia con Paolo Maldini, spostato in mezzo al posto di Costacurta.
Quando, alle dodici e trenta (ora del Pacifico), Italia e Brasile scendono in campo sotto l’infuocato sole losangelino, ecco la sorpresa, attesa da tutti gli italiani: sia Baggio che Baresi sono in campo, pronti a giocare la partita più importante delle loro carriere.
Da quel momento in poi sarà uno show difensivo di Baresi, una masterclass d’alta scuola da tramandare ai posteri. Le sue chiusure sono ineccepibili e, davanti a sé, il capitano della nazionale non aveva due avversari qualunque, bensì la temibile coppia gol brasiliana formata da Romário e Bebeto, il primo dei quali può a giusta ragione venir considerato fra i più forti attaccanti di sempre.
Già dopo pochi minuti Baresi mostra una delle armi del suo repertorio: anticipo sul giocatore avversario e discesa palla al piede in avanti. Le sue avanzate nella metà campo offensiva, così come i suoi lanci lunghi e precisi, non soltanto ricordano le uscite in avanti del compianto Gaetano Scirea (altro libero moderno prodotto dal nostro calcio), ma sono degne di un centrocampista. Non a caso, per far convivere Scirea e Baresi nella stessa squadra, a inizio anni Ottanta il commissario tecnico Enzo Bearzot aveva spostato il milanista in mediana (soluzione poi finita nel dimenticatoio).
La palla con la quale Baresi serve in profondità Daniele Massaro in quella che sarà la grande occasione degli Azzurri nei tempi regolamentari esprime bene la qualità dei passaggi del numero 6.
Tutto ciò senza dimenticare le chiusure difensive, come quella su un lanciato Mazinho, effettuata in scivolata nella propria area, anticipando la volontà del centrocampista ex Lecce e Fiorentina di mettere palla in mezzo.
Proprio il senso dell’anticipo, sull’uomo o sull’intenzione, era uno dei tratti che hanno reso Franco Baresi uno dei difensori più forti di tutti i tempi.
La sua abilità nel leggere le situazioni, nel prendere posizione in modo corretto prima che venisse sviluppata la giocata avversaria, così come la sua bravura nel comandare i movimenti della difesa in linea lo hanno reso uno di quei pochi giocatori in grado di dominare lo spazio, posizionandosi sempre in modo corretto sulla linea palla porta.
Il che gli consentiva di dominare spesso i duelli con gli attaccanti, pur non avendo un fisico da corazziere. Anche con un ginocchio malmesso, come appunto in quella famosa finale di trentadue anni fa. E pazienza se poi ha sbagliato un rigore mostrandoci, col suo pianto a fine gara, le uniche lacrime versate da Baresi sul terreno di gioco, a parte quelle nel giorno dell’addio al calcio. Anche per questo lo ricorderemo.
Ciao Capitano.


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