Così vicini, così lontani

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Fra le sorprese negative di questa prima fase del Mondiale non possiamo non annoverare la Corea del Sud. Sorteggiati in un gruppo non irresistibile (con Messico, Repubblica Ceca e Sudafrica) i Taegeuk Warriors sono stati infatti clamorosamente eliminati. A pesare è stata in particolar modo la sconfitta subita contro i sudafricani.

Il tecnico Hong Myung-bo si è assunto le responsabilità per questo risultato, sul quale pesa la decisione di lasciare in panchina Son Heung-min. Non che il trentatreenne attaccante del Los Angeles FC avesse disputato fino a quel momento un grande torneo, ma certamente la scelta di lasciarlo fuori nell’incontro decisivo non poteva non destare perplessità.

Sotto l’aspetto tattico, la Corea sembra ancora la squadra che Gus Hiddink condusse a uno strabiliante quarto posto nel 2002. La formazione di oggi però non è attrezzata per ripetere quel tipo di impostazione, a partire dalla difesa a tre. In attacco poi i coreani non hanno mostrato molte idee. Il tridente schierato contro il Sud Africa, comprendente Hwang Hee-chan, Oh Hyeon-gyu e Lee Kang-in, non ha funzionato.

Commentando la disfatta con gli africani, l’ex difensore Lee Young-pyo ha definito la gara «la peggior prestazione di una squadra di calcio sudcoreana del XXI secolo. Non c’era alcuna struttura, nessun obiettivo ed era difficile capire persino perché i giocatori stessero correndo. In oltre dieci anni di telecronache e commenti, è stata la partita più difficile da spiegare».

Hon, ingaggiato nel luglio 2024 al posto di Jürgen Klinsmann con un contratto valido fino al 2027, si è dimesso.

Il pessimo risultato dei coreani risalta ancor di più se paragonato alla buona campagna dei rivali giapponesi. Una differenza, quella con i Samurai Blue, che riflette il diverso approccio dei due movimenti calcistici.

La J-League, il massimo campionato nipponico, fondata nel 1992, ha subito una crescita esponenziale. Tutte le squadre impegnate hanno costruito dei settori giovanili in grado di sfornare elementi di qualità.

A riprova dell’ottimo lavoro svolto da federazione e club del Sol Levante c’è il fatto che la rosa di giocatori portata negli States dal tecnico Hajime Moriyasu comprende solo tre elementi che giocano in patria: tutti gli altri sono impegnati in Europa e sono più di cento i calciatori nipponici che giocano attualmente nel Vecchio Continente, diversi dei quali passati dal Sint-Truiden, club belga con proprietà giapponese che fa da tramite fra il calcio asiatico e quello europeo.

Il livello della squadra è tale che il Giappone non ha avuto problemi a superare il proprio girone, pur dovendo fare a meno a causa di infortuni di tre stelle come Kaoru Mitoma (Brighton & Hove Albion), Takumi Minamino (Monaco) e Wataru Endo (Liverpool) e con Takefusa Kubo a sua volta costretto a uscire nella prima partita.

Rispetto anche solo a un decennio fa, ora i club europei hanno strutture di scouting che si occupano di monitorare da vicino i talenti della J-League. Una volta conosciuti quasi esclusivamente per il loro ordine in campo e per le qualità nel gioco palla a terra, ora i giapponesi dispongono di conoscenze tattiche più evolute e possono contare anche su calciatori strutturati fisicamente come i vari Takehiro Tomiyasu (188 cm per 78 kg), Hiroki Itō (188 per 78), Ao Tanaka (180 per 75) o Daichi Kamada (184 per 72).

Il progetto di sviluppo della Japan Football Association (JFA), lanciato nel 2005, si pone l’obiettivo di vincere il Mondiale entro il 2050. Questo contesto si riflette anche nello sviluppo qualitativo dei tecnici locali. Moriyasu si sta confermando uno dei migliori allenatori a questo livello, mentre in Giappone ci sono altri tecnici di livello come Tōru Oniki o Gō Kuroda.

In casa della Corea invece sono appena quindici i giocatori che militano in squadre europee. Il livello del campionato sudcoreano e degli allenatori locali non è paragonabile a quello della J-League. Tutto ciò si aggiunge alle controversie riguardanti la KFA (Korea Football Association), al centro delle critiche per irregolarità amministrative e per la nomina a cittì di Hong Myung-bo. Una nomina contestata per le modalità con le quali è avvenuta e anche perché il tecnico era già stato in carica durante i Mondiali brasiliani del 2014, quando la squadra venne eliminata al primo turno. Esattamente quello che i è ripetuto in America. 

Non è improbabile quindi che questo risultato porti all’ingaggio di un nuovo tecnico straniero. Ma le riforme di cui ha bisogno il calcio sudcoreano vanno al di là della semplice sostituzione dell’allenatore.

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