Morte del bielsismo

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«Ovviamente non c’è bisogno che definisca questa prestazione… Se mi chiedete come verrà ricordato il mio periodo [alla guida della nazionale], direi che è stata un’esperienza che non ha lasciato nulla…non lascio nulla al calcio uruguaiano, perché qualsiasi contributo io possa aver dato a un Paese in cui ho lavorato per tre anni non riesce a mettere radici se non arrivano i risultati».

Queste parole rilasciate al termine della partita persa con la Spagna (0-1) non rappresentano soltanto l’epitaffio dell’avventura di Marcelo Bielsa alla guida dell’Uruguay, ma rendono anche l’idea di una storia che, iniziata bene, è finita nel peggiore dei modi.

Dopo i disastrosi Mondiali del Qatar nel 2022, dove l’Uruguay era uscito ai giorni, Bielsa era stato chiamato a risollevare le sorti della Celeste.  La campagna di qualificazione al Mondiale nordamericano aveva visto gli uruguaiani sconfiggere Argentina e Brasile.

Alla Copa América 2024 l’Uruguay era arrivato fino alle semifinali. Da lì in poi le cose sono precipitate. Fino ad arrivare a questo Mondiale, chiuso con soli due punti conquistati, frutto di altrettanti pareggi contro Arabia Saudita e Capo Verde.

E così, per la seconda volta consecutiva, la nazionale due volte campione del mondo esce ai gironi. E lo fa giocando un calcio poco bielsista e anche poco uruguaiano. Della famosa garra charrúa, che ha sempre contraddistinto la Celeste, non si è infatti visto molto, salvo qualcosa nel secondo tempo contro i sauditi e, per qualche scampolo, con gli spagnoli.

Contro questi ultimi la prestazione dei sudamericani è stata invece più simile a quella che, a quanto risulta dalla stampa locale, volevano interpretare i giocatori, mai a loro agio con le idee di Bielsa e con i suoi metodi di allenamento.

Difesa e contropiede quindi, ma senza pungere. E dire che la prima parte del piano gara stava funzionando. Con una linea arretrata che diventava a cinque (e spesso a 6) e con giocatori pronti a romperla per seguire i movimenti avversari, l’Uruguay aveva infatti frustrato il palleggio spagnolo. Maximiliano Araújo e Agustín Canobbio (che poi verrà espulso), sulle fasce, arretravano per dare ulteriore man forte.

Poi però è arrivato l’errore di Fernando Muslera sul gol di Álex Baena, l’ennesimo per l’ex portiere della Lazio.

E pensare che è stato proprio Bielsa a convincere il suo numero uno a uscire dal ritiro dalle competizioni internazionali che Muslera aveva deciso nel 2024.

Nel secondo tempo, l’Uruguay si ripresentava in campo senza il suo portiere che, a detta di Bielsa, aveva chiesto di farsi sostituire (al suo posto entrava Sergio​ Rochet). Ma i problemi della Celeste non si risolvevano solo con il cambio della guardia fra i pali.

La squadra infatti provava ad attaccare, ma senza costrutto. A niente serviva l’altro cambio operato da Bielsa, che decideva di far uscire Federico Valverde per inserire una seconda punta in Federico Viñas (introducendo successivamente anche Nicolás de la Cruz per aggiungere qualità in mediana).

Non che il centrocampista del Real Madrid stesse giocando chissà quale partita, ma l’uscita del capitano e la sua reazione al momento della sostituzione rendono bene l’idea dei rapporti tesi fra il tecnico e parte dello spogliatoio.

Cosa resta dunque di questa esperienza di Bielsa sulla panchina dell’Uruguay? Come detto dallo stesso tecnico, poco e nulla.

Certo, la rosa a sua disposizione non è di primissimo piano. Manca ad esempio un attaccante centrale forte. Darwin Núñez non è a livello di Luis Suárez, Diego​ Forlán e Edinson Cavani. Tuttavia la squadra aveva qualità sufficiente per uscire da un girone con sauditi e capoverdiani.

Bielsa ci ha messo del suo. L’idea di approcciare la competizione senza effettuare neanche un’amichevole non ha pagato. Della scelta di Muslera abbiamo detto. Il calcio del Loco, fatto di pressing forte in avanti, non era sostenibile con il clima incontrato al Mondiale, oltre al fatto che ormai le squadre avversarie lo conoscono e sanno come disinnescarlo, giocando oltre o attraverso la pressione.

Nemmeno il ritorno al 4-3-3, dopo un inizio torneo che aveva visto Valverde schierato largo a destra e l’utilizzo di due attaccanti, è servito a modificare la situazione. L’amore fra la Coppa del Mondo e Bielsa non è mai scoccato: nel 2002 la sua Argentina, una delle favorite della viglia, subì una cocente eliminazione ai giorni. Nel 2010 il Cile fece bene inizialmente, salvo poi fermarsi agli ottavi. Ora, con la nazionale uruguaiana, un’altra uscita prematura. 

Bielsa resta indubbiamente un allenatore che ha contribuito a far evolvere il gioco del calcio e le sue idee sono rimaste al di là dei risultati effettivamente conseguiti.

La sfida culturale intrapresa alla guida della Celeste è stata però fallimentare. Una squadra storicamente votata alla difesa e alle ripartenze non è riuscita a metabolizzare il calcio del tecnico argentino, che richiede ai suoi giocatori di concentrarsi soprattutto su ciò che accade davanti a loro, piuttosto che su ciò che potrebbe accadere alle loro spalle.

Il fallimento di Bielsa è anche quello di Ignacio Alonso, il giovane presidente della federazione uruguaiana che aveva scelto l’allenatore per portare la nazionale almeno ai quarti di finale.

Ora, per un Paese con poco più di tre milioni di abitanti, si tratterà di ricominciare daccapo, nella speranza di tornare, se non ai fasti degli anni Trenta e Cinquanta, almeno a quelli del Sudafrica nel 2010, quando la squadra arrivò quarta.

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