Quarantotto squadre per 6 settimane di torneo: un’enormità. Come detto nell’ultimo numero della newsletter, impossibile analizzarle tutte.
Dato però che, in quella sede, abbiamo sviluppato alcune tematiche generali, in questo contributo proviamo ad andare un po’ più a fondo sull’aspetto tattico.
L’ultimo Mondiale, Qatar 2022, si era concluso con la vittoria dell’Argentina. Non solo il trionfo di Lionel Messi, trentasei anni dopo Diego Maradona, ma anche quello del calcio relazionale di stampo prettamente sudamericano.
Lionel Scaloni infatti ha portato a Buenos Aires la terza coppa nella storia dell’Abiceleste con un piano offensivo che prevedeva l’approssimarsi dei giocatori intorno al portatore di palla, al fine di creare connessioni e linee di passaggio fra i giocatori.
Questa concentrazione di uomini intorno alla palla tende a essere pareggiata dal movimento a convergere nella zona dove si trova il portatore da parte degli avversari. A quel punto però, invece che cercare lo spazio libero dove dirigere il pallone, gli argentini cercano di giocare attraverso la densità.
Passo e mi muovo, scala, attraggo e sposto palla sono state tutte giocate utilizzate nel corso della competizione: un calcio asimmetrico, che in passato ha trovato la sua massima espressione nelle nazionali brasiliane del 1970 e 1982.
E proprio i cugini verdeoro, guidati da Carlo Ancelotti, sono gli altri grandi portabandiera di questo tipo di proposta relazionale. Dopo l’uscita di scena di Tite (tecnico legato a una visione tattica più europea) alla fine dello scorso Mondiale, la CBF (la Federazione brasiliana) ha deciso di affidarsi a un tecnico straniero, sostenitore però negli ultimi anni di un calcio di matrice sudamericana. Quello, per intendersi, che ha consentito ad Ancelotti di vincere tre Champions col Real Madrid.
Sulla carta dunque il Brasile si presenta con una struttura 4-2-4 che diventa 4-4-2 in fase difensiva, ma quando ha la palla l’idea di calcio è estremamente fluida, non legata a posizioni fisse.
In possesso quindi la Seleçao parte spesso da una difesa che diventa a tre con un terzino che spinge avanti e con una serie di rotazioni volte a creare spazi da attaccare, cercando di accumulare giocatori vicino alla zona dove si trova la palla. Protagonisti, in questo senso, sono ovviamente i quattro riferimenti avanzati: Vinícius Júnior, Raphinha, Mateus Cunha e un quarto che potrebbe essere Endrick o il redivivo Neymar.
A contendere il titolo alle due compagini sudamericane saranno, con ogni probabilità, le grandi squadre europee. Tutte figlie del calcio posizionale, di quella proposta cioè portata al successo nell’ultimo quindicennio da Pep Guardiola e che trae le sue origini (senza voler andare ancora più lontano) dalle idee di Johan Cruyff e Arrigo Sacchi.
Con questo approccio la Spagna ha vinto un Mondiale (2010) e tre Europei, compreso l’ultimo, nel 2024, con Luis de la Fuente in panchina. Occupazione degli spazi, scambi di posizione, rotazioni, riempimento di tutti e cinque i canali verticali del campo, simmetria sono tutti concetti ben maneggiati da una rosa che vede la presenza di quindici elementi che già hanno giocato per l’attuale cittì nelle selezioni giovanili. Il centrocampo formato da Rodri, Pedri e Fabián Ruiz è in grado di controllare il pallone e la partita contro qualunque avversario. Inghilterra e Germania, con alla guida i tedeschi Thomas Tuchel e Julen Nagelsmann, seguono gli stessi principi e lo stesso vale per l’Olanda di Ronald Koeman, altro discepolo diretto di Cruyff.
Fa eccezione, fra le favorite, la Francia di Didier Deschamps. I transalpini giocano un 4-2-3-1 ortodosso e classicheggiante per quanto riguarda il modo di intendere il calcio delle nazionali, vale a dire uno in cui ci si affida soprattutto alle verticalizzazioni e all’abilità nell’uno contro uno dei vari Kylian Mbappé, Michel Olise, Ousmane Dembélé e Ryan Cherki. Questa abbondanza di talento dovrebbe consentire al gioco pratico di Deschamps di superare il problema della creazione di occasioni da gol registrato durante Euro 2024, quando i galletti realizzarono appena quattro reti, delle quali soltanto una (quella di Randal Kolo Muani contro la Spagna) su azione, con le altre che arrivarono grazie a rigori e autogol.
Il poco tempo a disposizione per i vari cittì, il fatto che, per la maggior parte, provengano dal calcio dei club, fa sì che le proposte delle varie nazionali europee riflettano quanto abitualmente si vede durante l’arco della stagione nel Vecchio Continente.
Il ritorno di Brasile e Argentina a un calcio di stampo sudamericano riporta però in auge il concetto di scuola calcistica. Prima queste scuole erano nazionali e le sfide fra le varie selezioni al Mondiali erano rese interessanti proprio dal confronto fra idee di calcio diverse.
Man mano che la globalizzazione (anche calcistica) è andata avanti e che le informazioni sono diventate facilmente reperibili, il concetto di scuola nazionale ha perso di senso. In questo senso il Mondiale non è più il luogo di confronto fra movimenti nazionali, ma può comunque restare un momento in cui si affrontano filosofie calcistiche differenti.

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