Al di là della partita Analisi tattica

Ancora fuori

Un déjà-vu per la Spagna quello dell’uscita da un grande torneo ai calci di rigore. Quattro anni dopo quella subita ad opera della Russia, le Furie Rosse riprovano l’amarezza dell’eliminazioni ai tiri dagli undici metri ottavi di finale di un mondiale.

Allora, contro i padroni di casa dell’edizione 2018, gli spagnoli dominarono in termini di possesso, producendo però solo tre tiri nello specchio della porta avversaria. Anche stavolta c’è stata supremazia nel controllo della palla (77%), ma il numero di conclusioni in porta si è ridotto ad uno.

A fermare i sogni degli iberici l’ottimo Marocco di Walid Regragui, che ha nettamente vinto la battaglia tattica con la sua controparte (Luis Enrique) e questo al di là dell’esito finale della sfida.

La Spagna quindi esce da Qatar 2022 dopo un torneo con poche luci e molte ombre. È vero infatti che ad oggi soltanto l’Inghilterra (12 reti) ha segnato più degli spagnoli (10), ma la maggior parte di queste realizzazioni sono arrivate in una sola partita, quella del 7-0 contro la Costarica.

Per il resto, quando si è trovata di fronte nazionali organizzate (come il Giappone o appunto il Marocco) la formazione di Luis Enrique ha incontrato enormi difficoltà nel trovare la via della rete. Il dato degli expected goals prodotti contro i nordafricani (0.9) è lì a testimoniarlo.

Contro il sistema predisposto da Regragui, che ha inizialmente schierato una sorta di 4-6-0 con Youssef En-Nesyri da vertice alto di un rombo completato da Azzedine Ounahi,  Sofyan Amrabat e Selim Amallah, la Spagna non è mai riuscita a superare le linee difensive rivali.

L’organizzazione marocchina (orientata sulla palla e non sull’uomo) vedeva En-Nesyri (davanti) e Amrabat (alle spalle) oscurare le linee di passaggio verso Sergio Busquets, col risultato di tagliare il play del Barcellona fuori dal gioco.

Con le mezzali africane che si alzavano sui centrali spagnoli, anche le tracce verso Gavi e Pedri risultavano ostruite, tanto è vero che i due interni iberici dovevano spesso abbassarsi davanti al centrocampo marocchino per cercare di avere palloni giocabili.

Il risultato era che il possesso spagnolo restava tutto nei piedi dei due centrali di difesa (Rodri e Aymeric Laporte) nessuno dei quali era a proprio agio nella gestione palla. Di conseguenza, il gioco degli uomini di Luis Enrique ristagnava in una sterile circolazione a U che non trovava sbocchi in avanti.

Fra l’altro, senza veri dribblatori in campo (Nico Williams e Ansu Fati sono entrati troppo tardi) il palleggio iberico veniva portato avanti da giocatori che prediligono ricevere palla nei piedi, con il solo Ferrán Torres ad attaccare la profondità. In questo modo, superare il blocco basso del Marocco è diventato sempre più difficile.

Anzi, a recriminare per non aver chiuso prima la partita deve essere la squadra africana, che ha avuto con Walid Cheddira un paio di transizioni che avrebbero meritato di essere sfruttate meglio dal giocatore del Bari.

Ai rigori poi è stato il portiere marocchino Yassine Bono ad ergersi a protagonista neutralizzando i tiri di Carlos Soler e Sergio Busquets, dopo che Pablo Sarabia (entrato nel finale proprio per i rigori) aveva colpito il palo con il suo.

La Spagna quindi, fra le favorite per la vittoria finale alla vigilia, esce inopinatamente al termine di un campionato che l’ha vista vincere una sola partita su quattro disputate.

È vero che il palo di Sarabia sul finire dei tempi regolamentari (un remind del tiro di Roberto Baggio contro la Francia nei Mondiali 1998) avrebbe potuto scrivere una storia diversa, ma è altrettanto evidente come alla fine sia passata la compagine che ha maggiormente meritato la qualificazione al turno successivo.

Per la Spagna una brutta botta da assorbire, mentre è già cominciato il processo a Luis Enrique. Relativamente a questa partita, nel mirino dei media c’è la decisione del tecnico asturiano di rinunciare a Daniel Carvajal e César Azpilicueta per schierare Marcos Llorente (all’esordio nella competizione) da esterno destro di difesa.

La scelta non si è però rivelata troppo controproducente, con il giocatore dell’Atlético Madrid che ha sofferto in fase difensiva Sofiane Boufa (com’era ampiamente prevedibile) ma ha però dato quel poco di vitalità che la Spagna ha evidenziato nella partita sul lato di campo dove operavano Llorente e il già citato Ferrán Torres.

Più giuste invece le critiche rivolte a Luis Enrique per quanto riguarda la scelta del centravanti. A svolgere le funzioni di no.9 è stato infatti chiamato Marcos Asensio, mentre Álvaro Morata si accomodava inizialmente in panchina.

L’idea dell’allenatore della Spagna era quella di utilizzare un giocatore di movimento, più associativo, per innescare combinazioni sul corto (soprattutto con Dani Olmo). Il piano non ha funzionato. La Spagna ha tenuto palla senza mai dettare il contesto. Anche su questo dovrà ragionare Lucho o chi eventualmente verrà chiamato a sostituirlo.

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