Al di là della partita Analisi tattica

Cosa ci hanno detto Manchester City e Real Madrid?

Il 60% di possesso palla. Ben 16 tiri contro 11. Un dato di 2.4 contro 1.5 in termini di xG, secondo Opta. Nonostante ciò, il City che si presenterà al Bernabéu per la sfida di ritorno avrà soltanto un gol di vantaggio a proprio favore, a causa del 4-3 col quale si è conclusa la sfida di andata.

Eppure a impressionare maggiormente in quello che è stato uno scontro fra collettivo e individualità è stata proprio la squadra di casa. Se i giocatori di Guardiola avessero capitalizzato ogni occasione avuta, al netto delle tre reti subite, il risultato finale avrebbe potuto tranquillamente essere uno con due/tre reti di scarto a favore dei citizens.

Tutto questo senza un terzino destro titolare, con João Cancelo squalificato e Kyle Walker infortunato e con Pep che ha preso la decisione di schierare in quella posizione prima John Stones e poi, a seguito dell’infortunio di quest’ultimo, Fernandinho. Mosse che sapevano di overthinking da parte di Guardiola (ma l’unica alternativa era il giovane CJ Egan-Riley) e che invece alla fine hanno complessivamente pagato, con Fernandinho che ha fatto un solo buco, anche se costosissimo, sull’azione di Vinícius che ha portato al 3-2.

In verità però, sul gol del brasiliano le colpe sono da dividere equamente con un Aymeric Laporte che resta con l’uomo senza staccarsi per andare ad accorciare proprio su Vinícius.

In generale però il piano gara di Guardiola ha funzionato perfettamente. Il City ha attaccato, ha pressato e contropressato, ha messo i suoi invasori nei canali verticali del campo con la giusta postura corporea per mantenere veloce il giro palla costruendo numerose linee di passaggio intorno al portatore.

Quando la difesa posizionale del Real Madrid impediva l’attacco alla profondità, il City era abile a riciclare il possesso anche in zone più basse di campo per ricreare la propria struttura offensiva.

Una interpretazione che ha messo in difficoltà il Madrid. La squadra di Ancelotti faceva fatica a difendere e ad attaccare. Nel primo caso si vedevano i limiti di Luka Modrić e Toni Kroos senza palla, con i soli Rodrygo (a destra) e Federico Valverde (centro-destra) a ricorrere la palla.

In fase offensiva gli spagnoli puntavano su Rodrygo contro Oleksandr Zinchenko a destra e Vinícius contro Stones prima e Fernandinho poi a sinistra. Non sempre quest’idea trovava la corretta applicazione.

Di contro, come detto, era l’attacco del City a creare più di un problema al sistema difensivo avversario. Con Riyad Mahrez che dava ampiezza a destra, Phil Foden e Gabriel Jesus si muovevano creando confusione in Gabriel Militao e David Alaba.

I citizens attaccavano bene la linea avversaria perché, oltre ad occupare tutti gli spazi, eseguivano varie corse di sacrificio che finivano per portar via i difendenti del Madrid, creando spazi per gli inserimenti dei compagni.

Alla fine gli ospiti portano via un risultato soddisfacente per come si è sviluppato l’incontro, grazie ad una grande giocata di Karim Benzema, ad un errore combinato di Laporte e Fernandinho e ad un fallo di mano evitabile. Nulla che abbia avuto a che fare con il piano gara o le letture di Ancelotti. E infatti il tecnico italiano è stato criticato dalla stampa spagnola.

Il risultato finale lascia però vivi i blancos. Come scritto da Jonathan Wilson, il pericolo per Guardiola è ancora una volta quello di giocare un football eccezionale ma di pagare poi singoli errori con cocenti eliminazioni, come fra l’altro accadutogli diverse volte in passato, a partire dalla famosa partita del Barcellona contro l’Inter nel 2010.

A casa nostra, la partita fra City e Real ha diviso la critica (come spesso capita quando di mezzo c’è Guardiola) fra coloro che hanno sottolineato lo spettacolo (merito soprattutto del City) e quanti invece hanno dato più importanza al risultato (favorevole al Real) ma, soprattutto, hanno fatto sottolineare a molti gli errori difensivi di entrambe le compagini, che hanno portato al profluvio di occasioni e gol.

Da questo punto di vista, senza voler tornare alla teoria di Annibale Frossi, bisognerà alla fine decidere se il calcio deve essere un gioco o una competizione sportiva. Nel primo caso (avallato da chi considera i tifosi dei clienti) non si può prescindere dallo spettacolo per valutare il prodotto finale. Nel secondo invece si darà preminenza al risultato ottenuto e non al come (primum vivere deinde philosophari o, in questo caso, primum vincere).

Il rischio comunque è che il primato mondiale di popolarità del gioco (ma quindi è un gioco?) più bello del mondo venga abbattuto da altre forme di intrattenimento o da altri sport (vedi basket). D’altronde già in Italia, molto tempo fa, si seguivano maggiormente boxe e ciclismo…

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