Al di là della partita Analisi tattica

Ha vinto il catenaccio?

Cosa hanno in comune il Villareal che elimina Juve e Bayern, il Real Madrid che fa fuori il Chelsea campione in carica ed un Manchester City che ha la meglio sull’Atlético Madrid?

Apparentemente niente, dato che ognuna di queste sfide ha fatto storia a sé. In realtà, a leggere molti commenti del giorno dopo, tutti i risultati sopra menzionati hanno in comune un fattore: l’aver premiato nei doppi confronti gli allenatori che li hanno affrontati con atteggiamenti prudenti.

Il Chelsea di Tuchel ha registrato 28 tiri al Bernabéu (e 10 angoli contro uno) per 2.86 xG, andando in vantaggio 3-0 in una partita della quale aveva il pieno controllo anche in non possesso, grazie ad un pressing che rendeva difficile al Real la risalita del campo.

Le due armi principali della squadra di Ancelotti, vale a dire Vinicius e Benzema, erano state controllate bene attraverso la marcatura di James e la copertura delle linee di passaggio verso il francese, che finiva così per registrare un dato di xG di appena 0.58.

Nonostante un paino gara perfetto, Tuchel non ha però potuto impedire a Modric di inventarsi l’assist per Rodrygo e allo stesso Benzema di ricavare comunque il gol decisivo per la qualificazione della sua squadra fuori dai pochi expected goals prodotti.

Così come non ha potuto far nulla quando Christian Pulisic, nonostante i soli 37 minuti avuti a disposizione, ha mancato due clamorose occasioni (0.61 xG) che avrebbero dato alla partita un esito diverso.

Senza quindi voler togliere meriti ad un Ancelotti che ha saputo leggere meglio la partita rispetto alla sua controparte (Tuchel ha fatto cambi tardivi mentre Carletto ha compiuto due masterclass inserendo Rodrygo e Eduardo Camavinga) o ad un Real che ha meritatamente vinto la partita d’andata, la gara di ritorno in Spagna è stata oltremodo episodica nel risultato.

L’eliminazione del Bayern ha invece più a che fare con la preparazione delle partite da parte dei due tecnici. Unai Emery all’andata ha presentato una squadra che ha dettato il contesto, reattiva in non possesso ma attiva in fase offensiva, finendo con un risultato che stava stretto al sottomarino giallo.

Nella sfida di ritorno invece è stata il Bayern a farla da padrone, anche se la struttura difensiva del Villareal (sempre 4-4-2 con Lo Celso pronto a lavorare n fascia) ha impedito ai bavaresi di creare pericoli veri, almeno nel primo tempo. In possesso poi i valenciani restano una squadra che palleggia per risalire il campo.

Con la ripresa invece si è assistito ad una maggior spinta dei tedeschi, col Villareal in difficoltà. A decidere la qualificazione è stata una delle rare ripartenze degli spagnoli che ha permesso a Chukwueze di segnare il gol qualificazione.

A finire nel mirino della critica è stato ancora una volta l’atteggiamento ultra-offensivo di Julian Nagelsmann. Atteggiamento che ha mostrato qualche crepa nelle recenti settimane di Bundesliga ma che ha comunque consentito ai bavaresi di essere primi in campionato.

Se alcune scelte in termini di undici inziale possono essere contestate al giovane trainer tedesco, giova anche ricordare come questa squadra abbia dovuto fare a meno per lungo tempo di Leon Goretzka, uno dei pochi equilibratori di una compagine che l’anno scorso ha perso due difensori come David Alaba e Jérôme Boateng.

Per quanto riguarda invece il City, la squadra di Guardiola non ha prodotto a livello offensivo quanto atteso, né all’andata né al ritorno. Nella partita del Wanda Metropolitano la compagine di Guardiola è stata anche accusata di aver perso tempo nella ripresa.

Per cercare di recuperare lo 0-1 dell’andata, stavolta Simeone non è rimasto ancorato al 5-5-0 del primo confronto, avanzando invece João Félix come riferimento offensivo.

Di fronte ad un atteggiamento leggermente più attivo in entrambe le fasi di gioco, il City ha comunque cercato inizialmente di impostare la sua classica partita fatta di possesso palla (58%), occupazione degli spazi, movimento e attacco alla linea.

Eppure, se si esclude il palo di İlkay Gündoğan, il City crea poco. Non che l’Atlético faccia di più.

Tuttavia, col passare dei minuti la sicurezza del Manchester viene meno e, nel finale di partita, i colchoneros alzano la testa. Forse Simeone l’aveva preparata così: resistere fin quasi alla fine, mantenendo il risultato (e la qualificazione) aperto, per poi provare il tutto per tutto nell’ultimo quarto d’ora.

Tanto è vero che gli spagnoli finiscono il match con Matheus Cunha, Yannick Carrasco, Rodrigo de Paul, Ángel Correa e Luis Suárez contemporaneamente in campo. A quel punto, nonostante alla fine la squadra non abbia prodotto granché in termini di xG (0.8) è l’Atlético a mettere paura ad un City costretto appunto a cercare di far scorrere il tempo in attesa del triplice fischio.

In questa situazione si innesta la vicenda del convulso finale che vede protagonista Phil Foden. I citizens non hanno dettato il contesto ma riescono a superare il turno. Alla fine della gara non si può però dire che lo abbiano fatto giocando in contropiede.

Nell’eterno dibattito fra esteti ed empiristi, questo turno di Champions sembra dunque aver dato ragione ai sostenitori di un approccio reattivo, basato su una buona difesa posizionale e veloci ribaltamenti di campo.

Se però andiamo a leggere lo svolgimento delle singole partite dobbiamo tornare alla natura episodica di certi risultati. Forse solo il nome ed il modo di operare della vincitrice finale potrà dirci qualcosa in più su quale trend potrebbe prevalere nelle stagioni a venire.

Di certo, non esiste un solo modo per vincere.

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