metodologia

Cosa il calcio potrebbe prendere dal football americano

La stagione NFL si è conclusa con il Super Bowl LVI che ha visto la vittoria dei Los Angeles Rams sui Cincinnati Bengals. Al di là dell’analisi della finale, l’occasione viene propizia per cercare di analizzare cosa uno sport così apparentemente diverso possa invece offrire al calcio.

E questo non tanto dal punto di vista organizzativo e della presentazione e vendita del prodotto al pubblico (cose che meriterebbero un articolo a parte) quanto piuttosto su altri aspetti quali ad esempio la composizione e il lavoro degli staff.

Com’è noto infatti i roster NFL sono affidati ad un coaching staff composto da diversi allenatori. Oltre al capo allenatore infatti troviamo tutta una serie di assistenti (il cui numero e le cui funzioni variano a seconda delle esigenze dell’head coach di turno) che rendono bene come la complessità del gioco, per essere affrontata, richieda l’impiego di specialisti per ogni posizione ricoperta in campo dai giocatori e/o per ogni situazione.

Basti pensare, in quest’ultimo caso, ai vari passing o rushing coordinator (tanto per fare due esempi) presenti in alcuni dei suddetti coaching staff.

All’interno di questi trovano spazio anche i quality control coaches, di solito fra i primi ruoli che i futuri capo allenatore hanno iniziato a svolgere fra i pro e che lavorano essenzialmente (ma non solo) su dati e stats. A volte il QC coach guida anche la squadra che allena i titolari durante la settimana.

 Ben Bloom (cappellino blu), quality control coach dei Dallas Cowboys.

Il calcio, sulla carta, è un gioco meno complesso del football americano. Tuttavia, la complessità del gioco è andata man mano aumentando con la sua evoluzione, fino a far diventare essenziali una cura ed una preparazione più meticolosa alla stagione, alla settimana lavorativa e alla partita.

L’utilizzo di dati e statistiche di vario genere sta diventando parte sempre più integrante (e non marginale) del lavoro all’interno degli staff tecnici più evoluti. Così come non è più estranea una specializzazione dei compiti che prevede allenatori assegnati a diverse situazioni.

Per un approccio appunto più evoluto non basta più contorniarsi, oltre al secondo, di un preparatore atletico e di uno dei portieri. E così, specialisti dei calci piazzati (difensivi e offensivi) e match analyst sono andati ad integrare i vari staff.

La famosa foto pubblicata lo scorso anno da Antonio Conte sul suo profilo Instagram. In basso si può notare il report degli avversari preparato dallo staff di analisti dell’Inter.

Molto ancora può essere fatto. Data analyst che lavorino sui big data o specialisti di alcuni aspetti particolari potrebbero ulteriormente arricchire le conoscenze e le possibilità di un gruppo tecnico di lavoro.

Non sarebbe utile ad esempio inserire un esperto della finalizzazione? O uno del crossing game nel caso di una squadra che prediliga questa soluzione come arma di rifinitura primaria?

Thomas Grønnemark, specialista delle rimesse laterali nello staff di Klopp a Liverpool.

Con rose più ampie, media che si sono moltiplicati e giocatori che sono più desiderosi di apprendere, lo staff di alto livello (ma non solo) non può più affidarsi soltanto a 3-4 persone.

Non converrebbe ad un allenatore (o direttamente ad un club) mettere a disposizione della squadra un gruppo di lavoro più ampio, per ottimizzare il tempo a disposizione e migliorare il prodotto finale?

Il costo totale di un gruppo di lavoro del genere non sarebbe più alto di quello di tanti calciatori che poi si rivelano inadatti per il progetto tecnico.

Alcuni di questi specialisti (non per forza allenatori) potrebbero poi prendere posizione in tribuna per avere una visione migliore del campo e suggerire delle modifiche e degli aggiustamenti al capo allenatore in corso di partita o nell’intervallo, lavorando in modo simile a quello che fanno allenatori NFL nei booth.

Quanto detto finora presuppone che tali figure non siano solo preparate per i compiti che andranno a ricoprire ma che sia istruite ad insegnare. Per fare un esempio, Wes Welker faceva il coach dei ricevitori ai 49ers non perché sia stato un ottimo ricevitore in carriera, ma perché gli è stato insegnato ad insegnare. La parte pedagogica, intensa appunto come capacità di insegnamento, diventa fondamentale per trasmettere le proprie conoscenze, non solo per l’allenatore ma per ogni figura del suo staff.

Come si vede dunque, l’evoluzione del calcio può passare anche dal rapportarsi con altre realtà che hanno da tempo intrapreso una strada di modernizzazione e sviluppo in alcuni aspetti chiave.

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