Analisi tattica

And sent him homeward…

Inghilterra e Scozia pareggiano (0-0) la rivincita europea della sfida del campionato 1996 al termine di una gara ben condotta dagli scozzesi e che lascia invece qualche dubbio sulla nazionale di Gareth Southgate.

A destare perplessità è stata soprattutto la fase offensiva dei Leoni d’oltremanica. Nonostante alcune occasioni avute infatti, l’azione più pericolosa prodotta dall’Inghilterra è stata su calcio piazzato, col palo colpito di testa da John Stones.

In generale, a mancare è stata la fluidità offensiva, in particolare a centrocampo dove il trio composto da Mason Mount, Declan Rice e Kalvin Phillips non è riuscito a rifornire adeguatamente gli avanti inglesi.

Merito anche della fase difensiva scozzese. Per contrapporsi alla superiorità tecnica della mediana avversaria, Steve Clarke aveva predisposto un sistema di marcature individuali che prevedeva Billy Gilmour e Callum McGregor sulle mezzali inglesi e John McGinn sul vertice basso Rice.

Con Ché Adams e Lyndon Dykes a schermare i centrali di Southgate (Stones e Tyrone Mings), ad avere maggior libertà di azione risultavano così essere i due esterni bassi del 4-3-3 di partenza utilizzato dal tecnico inglese, vale a dire Reece James e Luke Shaw. Tuttavia, sia per il fatto che tanto il giocatore del Chelsea quanto quello dello United siano rimasti piuttosto bloccati sia per l’ottimo sistema di scivolamenti laterali scozzesi, questa possibile via di risalita del campo non è stata adeguatamente sfruttata dai padroni di casa.

Nel filmato VideoMatch di Sics un esempio dell’efficace sistema di scivolamenti difensivi della squadra di Clarke.

In questo modo la manovra inglese tendeva a veicolarsi verso attacchi diretti alla profondità (in particolare con Phil Foden) cercando di sfruttare l’alta linea difensiva scozzese.

Così, a parte questa ricerca immediata della profondità, la manovra offensiva inglese si è risolta spesso in una sterile circolazione a U che ha finito per sbattere contro il sistema difensivo di una Scozia il cui piano gara è stato evidente fin da subito: chiusura degli spazi in un blocco difensivo medio, prima pressione non altissima e orientata sull’uomo in zona palla, ripartenze rapide quando possibile.

Una situazione che si è poi ulteriormente consolidata nella ripresa, quando la squadra di Clarke ha abbassato il proprio baricentro ma senza che questo avesse conseguenze particolarmente negative per la propria retroguardia.

Quando invece sono stati gli scozzesi ad avere il controllo del pallone (poche volte in realtà, con appena il 40% di possesso) gli uomini di Clarke hanno cercato di risalire il campo sfruttando il posizionamento di Adams in zona di rifinitura.

Un posizionamento che ha dato particolarmente fastidio all’Inghilterra, con Rice ed i centrali difensivi che non riuscivano a gestire l’attaccante del Southampton, tanto è vero che Adams ha ricevuto ben 7 passaggi chiave dai compagni.

Nel montaggio VideoMatch di Sics vediamo una situazione con protagonista Adams: l’attaccante della Scozia riceve palla libero in zona di rifinitura.

Alla fine anzi gli scozzesi possono recriminare per alcune buone occasioni avute, pur avendo generato un dato di appena 0.7 in termini di expected goals. Dato che, sommato a quanto prodotto nella prima partita contro la Rep. Ceca, porta il totale della squadra a 2.65. Nonostante questa buona produzione in avanti, dopo 180 minuti di questi Europei la Scozia non ha ancora segnato una rete, confermando i limiti offensivi che si conoscevano.

Da parte sua invece Southgate è stato molto lucido nel riassumere il match: ‹‹non abbiamo fatto abbastanza per vincere la partita o creare sufficienti, chiare occasioni da gol››.

A finire nel mirino della critica è stata però anche la lettura che il ct inglese ha dato della gara attraverso una gestione dei cambi che non ha convinto.

Infatti, se la sostituzione di Harry Keane (la seconda in due partite) con Marcus Rashford è parsa logica, molto meno lo è stata quella che ha visto uscire dal campo Foden, al posto del quale è stato inserito un Jack Grealish che probabilmente avrebbe dovuto rappresentare un’aggiunta ai tre riferimenti offensivi già presenti in campo, magari in sostituzione di uno dei centrocampisti centrali.

La touch map di Keane contro la Scozia.

Fra l’altro, al momento dell’ingresso del calciatore dell’Aston Villa lo sviluppo della manovra inglese si è risolto in un continuo tentativo di servire il no.7 con la speranza che una sua giocata individuale rompesse l’equilibrio.

Così non è stato e, mentre in casa scozzese si festeggia il meritato pareggio (guardando con più ottimismo alla decisiva sfida contro la Croazia) a Londra ci si continua a interrogare sulle potenzialità di una squadra che è partita in modo diverso da quanto ci si attendesse alla vigilia del torneo.

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