Come eravamo: l’Italia di Sacchi ai Mondiali americani

‹‹Ti ricordi quella strada, eravamo io e te.
E la gente che correva, e gridava insieme a noi››.

Antonello Venditti

Di Arrigo Sacchi e della sua legacy è stato già detto e scritto parecchio. Recentemente Rai Sport, con il commento introduttivo proprio del tecnico di Fusignano, ha riproposto le partite dell’Italia ai Mondiali del 1994, che la FIFA aveva assegnato agli Stati Uniti con scelta che venne discussa da molti (compresi Elio e le Storie Tese). Oggi, a distanza di tempo e, quindi, con maggiore lucidità di giudizio, è forse giunta l’ora di analizzare cosa fu e come giocò quella nazionale, fermata soltanto dal Brasile ai calci di rigore nella finale per il titolo.

Il rapporto fra Sacchi e la nazionale azzurra comincia nel 1991 quando l’ex allenatore del Milan venne chiamato dal presidente federale Antonio Matarrese a sostituire Azeglio Vicini, sulla cui testa pendevano critiche per non aver saputo vincere il Mondiale casalingo del 1990 e il cui percorso di qualificazione verso gli Europei svedesi del 1992 risultava ormai irrimediabilmente compromesso.

Sacchi esordisce sulla panchina azzurra il 13 novembre 1991 con un pareggio per 1-1 contro la Norvegia che sancisce proprio la fine delle speranze di qualificazione al campionato d’Europa dell’anno seguente.

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La prima Italia di Sacchi.

L’arrivo del vate di Fusignano, artefice e guida Milan degli invincibili, avrebbe dovuto significare una svolta radicale per quanto riguarda la maglia azzurra. Infatti l’idea era che, con Sacchi, l’Italia avrebbe abbandonato il tradizionale calcio difesa e contropiede in favore di un approccio più offensivo, all’insegna di zona e pressing a tutto campo.

Mentre i suoi immediati predecessori (Bearzot e appunto Vicini, non a caso ex collaboratore del Vecio ai vittoriosi mondiali di Spagna ‘82) privilegiavano la coesione del gruppo a tutti gli altri aspetti, Sacchi è discepolo del calcio olandese degli anni ’70, un sostenitore della cultura del lavoro e dell’organizzazione tattica.

I suoi allenamenti, in particolare durante i famosi stage, sono intensi soprattutto da un punto di vista psicologico, essendo richiesta grande applicazione e concentrazione per poter apprendere quel determinato tipo di calcio che Sacchi ha con successo utilizzato nei club dove ha allenato e che ora vuole installare anche in nazionale.

Per questo, per trovare gli uomini più adatti a interpretare il suo modello di gioco, Sacchi comincia ad effettuare una girandola di convocazioni, andando anche a pescare (una novità per il calcio italiano) fra giocatori non nel giro delle cosiddette grandi o, comunque, non ancora affermati, come ad esempio i vari Eranio (Genoa), Baiano (Foggia), Corini (Samp), Zoratto (Parma)…

Al fianco delle novità, ci sono i siluramenti (in tempi diversi) di nazionali della vecchia guardia come gli interisti Walter Zenga e Giuseppe Bergomi, Roberto Mancini della Samp e Gianluca Vialli della Juve, considerati non adatti al gioco proposto impostato, come detto, su pressing e difesa a zona e su uno sviluppo offensivo fatto di passaggi sul corto. L’idea di fondo era quella di dominare la partita dettandone il contesto tattico, sia in possesso che in non possesso. Movimento e spazio erano i concetti chiave: creare spazio con la palla, restringerlo senza.

‹‹Ciò che cerchiamo di formare››, ebbe a dire Sacchi, ‹‹è una squadra capace di sviluppare un certo tipo di calcio che possa piacere il più possibile alla gente e di arrivare al risultato attraverso il gioco da noi voluto…la preparazione svolta durante i raduni è stata prevalentemente tattica…il concetto dal quale partiamo è quello n base al quale è possibile raggiungere tanti più risultati quanto più si riesce ad ottenere che undici giocatori si muovano in un modo conosciuto e coordinato fra loro››.

Da qui, pur in presenza di un crescendo in termini di complessità, una certa ripetitività di fondo di alcuni addestramenti.

Questa impostazione risultò chiara fin dalle prime partite degli Azzurri targati Sacchi e proseguì anche durante il girone di qualificazione ai mondiali statunitensi, che vide l’Italia impegnata in un girone che aveva in Portogallo e Svizzera le più accreditate concorrenti. Proprio l’esordio con i Rossocrociati (rocambolesco pareggio interno per 2-2 a Cagliari, con due errori di Marchegiani) fece capire a Sacchi che la strada per ripetere in nazionale quanto fatto con il Milan sarebbe stata più ardua del previsto.

Alla fine l’Italia riuscì a qualificarsi ai Mondiali, seppur con qualche patema d’animo, proprio insieme alla Svizzera, avendo la meglio del quotato Portogallo di Rui Costa, Paulo Sousa, Futre e Figo, regolato sia in trasferta a Oporto (1-3) che nel decisivo scontro (1-0) svoltosi a Milano nel novembre 1993.

Il resto è storia. La decisione della FIFA di far prevalere gli aspetti economici rispetto a quelli sportivi costrinse l’Italia a giocare il proprio girone iniziale nella torrida estate newyorkese, con un tasso di umidità altissimo e ad orari consoni per le Tv europee (cioè fra le 12 e le 13 americane).

La nazionale di Sacchi riuscì lo stesso a raggiungere la finalissima, ripercorrendo in parte (ma senza l’acuto finale) l’epopea degli Azzurri di Spagna ’82: qualificazione agli ottavi difficilissima (come una fra le migliori terze, partendo da un girone che comprendeva Irlanda, Norvegia e Messico) seguita da ottavi superati all’ultimo tuffo dopo un incontro drammatico con la Nigeria, risolto dal giocatore più atteso (Roberto Baggio) e fin lì deludente (come Paolo Rossi) con la squadra ancora in dieci (stavolta con passaggio al 4-3-2). Dopo di che, un crescendo che poterà appunto la nazionale italiana all’atto conclusivo contro il Brasile a Pasadena, il 17 luglio 1994.

Il famoso gol segnato da R.Baggio contro la Nigeria, quasi allo scadere, fu il frutto di una sovrapposizione di Mussi, come evidenziato da questo filmato preparato on VideoMatch di Sics.

Nel mezzo, come per l’Italia di Bearzot, critiche e polemiche per il (non gioco) espresso dalla squadra e per le decisioni di Sacchi: da quella di sostituire Roberto Baggio contro la Norvegia, una volta finiti in dieci per l’espulsione di Pagliuca (con annessa reazione del no.10) a quella di utilizzare Signori come esterno di centrocampo fino a quella di schematizzare troppo.

L’avventura dell’Italia a Usa ’94 si risolse in una favola spezzata a metà e fu la storia di una squadra che poteva entrare nel mito (facendo diventare gli Azzurri quattro volte campioni del Mondo dodici anni prima di Germania 2006) e che invece, nonostante il raggiungimento del miglior risultato dai Mondiali 1982 finì invece con Sacchi ‘imputato’ per non aver vinto il torneo.

Fra i maggiori critici di quel periodo ci fu certamente il Guerin Sportivo, allora diretto da Domenico Morace, al quale Sacchi, di ritorno dagli Usa, concesse un’intervista per cercare di puntualizzare alcune cose.

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Una eloquente copertina del Guerin Sportivo, qualche mese dopo la fine dei Mondiali.

Fra queste, relativamente alle polemiche, Sacchi affermò che ‹‹durante il Mondiale ho visto…una critica severissima, a un certo momento una inversione di centottanta gradi dopo Spagna e Bulgaria, quando qualcuno si era preso paura che vincessimo il Mondiale e poi, alla fine, un’altra inversione di centottanta gradi perché si era sbagliato un rigore››.

Ma come giocava l’Italia di Sacchi?

Dal punto di vista tattico l’Italia, per la prima volta nella sua storia, adottò un sistema difensivo con quattro difensori in linea a zona. Baresi, libero nella nazionale di Vicini ai Mondiali precedente, venne quindi impiegato da centrale col compito di guidare i movimenti di reparto che cercava di accorciare in avanti, sfruttando spesso la tattica del fuorigioco.

fuorigioco

Una salita della linea difensiva azzurra.

L’infortunio occorso al capitano milanista nella sfida contro la Norvegia (che richiese una artroscopia ma non impedì a Baresi di giocare la finale) costrinse Sacchi ad operare alcune modifiche alla linea arretrata: Maldini venne spostato al centro per far coppia con Costacurta per essere poi nuovamente riportato a sinistra durante la partita col Brasile (con l’inserimento di Apolloni per l’infortunato Mussi). Come esterni bassi si trovarono quindi a ruotare Maldini e Benarrivo a sinistra, ancora Benarrivo, Tassotti e Mussi a destra.

La coppia di centrocampisti era formata essenzialmente da Albertini e Dino Baggio, con Donadoni (utilizzabile anche in fascia) come alternativa, mentre Signori e Berti erano i laterali. Davanti giocavano Roberto Baggio e un attaccante centrale (Casiraghi o Massaro).

In fase di possesso l’idea di Sacchi era di utilizzare Roberto Baggio come trequartista, pronto a lanciare i compagni in profondità. Proprio il suo movimento, che non escludeva un abbassamento anche in zona mediana per aiutare la fase di sviluppo, faceva diventare il 4-4-2 di partenza una sorta di 4-2-3-1, con gli esterni di centrocampo pronti a ad attaccare l’area avversaria.

fase offensiva

Una situazione tipica dell’Italia di Sacchi: Roberto Baggio a supporto di Massaro con l’esterno offensivo (Signori) all’interno del campo e la sovrapposizione del terzino di parte (Benarrivo).

Dal punto di vista delle costanti offensive, quella squadra agiva cercando di alternare combinazioni a tre giocatori sul corto a lanci lunghi per attaccare la linea o la profondità, spesso sfruttando il calcio dello stesso Roberto Baggio e di Albertini, così come quello dei difensori centrali, utilizzati anche per aprire in ampiezza in zone più alte di campo. Molto ricercate erano poi le sovrapposizioni degli esterni bassi. Un calcio per schemi, con giocate codificate.

Con VideoMatch di Sics osserviamo una giocata codificata tipica della nazionale di Sacchi, presa dalla partita di andata contro il Portogallo, valida per le qualificazioni al Mondiale. Il difensore centrale (Vierchowod) gioca palla per R.Baggio che viene incontro e scarica sull’interno (Albertini) il quale gioca un filtrante per l’altro attaccante (Casiraghi) in attacco della profondità.

Arrivato in America, Sacchi si accorse subito come le richieste di effettuare un costante pressing ultra-offensivo, come visto nel corso delle qualificazioni, fossero inattuabili negli USA, date da difficile situazione meteo.

‹‹Difficile sviluppare temi di gioco interessanti quando le condizioni climatiche sono così avverse››, ha detto Sacchi, sempre al Guerin. ‹‹Impossibile giocare un calcio rapido, dinamico, aggressivo, ricco di movimento e di velocità quando le temperature per chi giocava sul versante Est variavano dai 30 ai 48 gradi, con un tasso di umidità che oscillava dal 60 al 100 per cento››.

Di conseguenza, in non possesso l’Italia effettuava essenzialmente una difesa posizionale con due linee di quattro in difesa e a centrocampo, cercando di tenere tutti gli uomini attivi sotto palla e mantenendo la squadra comunque corta e attenta a liberare i propri sedici metri.

Così avvenne anche contro il Brasile. Fu, quella, una finale nella quale i sudamericani giocarono meglio: l’Italia non ne aveva più, soprattutto per accompagnare l’azione offensiva con più di due o tre giocatori. In pratica, dopo un primo tempo di sofferenza gli Azzurri riuscirono a costruire una fase di non possesso importante nella ripresa, limitando una nazionale brasiliana che Carlos Parreira aveva ‘europeizzato’ inserendo a centrocampo due mediani come Dunga e Mauro Silva (che in fase di costruzione effettuava una salida lavolpiana ante litteram, andando a posizionarsi fra i difensori centrali Aldair e Márcio Santos) a fianco di due laterali con attitudini più da interdittori come Zinho e Mazinho (quest’ultimo preferito al più offensivo Raí, fratello di Sócrates) che tendevano a giocare internamente per lasciare spazio a Branco e Jorginho (poi Cafu).

Un approccio difensivo utilizzato anche da altre compagini in quel torneo, tanto è vero che i gol segnati in contropiede alla fine furono soltanto 15 sui 141 totali.

Alla fine, a ventisei anni di distanza dall’avventura americana, possiamo affermare che quella nazionale scelta da Sacchi fosse composta da giocatori di grande caratura, tecnica e umana e che, arrivando ad un passo dal centrare l’impresa, dettero ragione a chi li aveva selezionati.

‹‹Avevamo perso la finale del Mondiale ma eravamo pur sempre vicecampioni del mondo››, ha ricordato recentemente lo stesso Sacchi. ‹‹Nessuno ci aveva messo sotto sul piano del gioco. Solo il Brasile››. Forse è giunta l’ora di rivalutare quanto avvenne nell’estate del ’94 dall’altra parte dell’oceano.

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