That ’70s Show

La Roma è dunque fuori dalla Champions dopo il ritorno degli ottavi di finale col Porto. L’eliminazione, al netto di alcuni episodi sfavorevoli (errori sottoporta di Dzeko, fallo da rigore di Florenzi, presunto penalty negato ai romanisti) è comunque da imputarsi anche al modo con il quale i giallorossi hanno affrontato la trasferta portoghese.

Con la sua panchina traballante, Eusebio Di Francesco ha deciso di sfidare la squadra di Sergio Conceição con un copione che prevedeva una linea difensiva a cinque molto bassa (il baricentro medio della compagine capitolina è risultato alla fine essere di appena 40.5 metri) di fronte alla quale stazionava un centrocampo che, in non possesso, diventava a quattro con gli arretramenti difensivi di Perotti a sinistra e Zaniolo a destra.

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La difesa posizionale della Roma contro il Porto, con la linea difensiva a cinque.

Una squadra poco fluida, come spesso le è accaduto in questa stagione, che ha mostrato ancora una volta difficoltà nel difendere posizionalmente, nonostante questo sia apparso fin dall’inizio della partita il piano gara scelto dal proprio allenatore per difendere il 2-1 dell’andata.

Quando poi i giallorossi si alzavano in pressing alto per andare a ostacolare la fase di costruzione avversaria, i portoghesi saltavano facilmente la prima pressione degli uomini di Di Francesco, anche ricorrendo a lanci lunghi dopo i quali erano bravissimi a conquistare le seconde palle.

Particolarmente difficile è stata la serata per la zona destra difensiva della Roma, dove Rick Karsdorp veniva spesso lasciato a sé stesso contro Corona e Alex Telles. L’idea di schierare una coppia di mediani formata da De Rossi e Nzonzi non ha poi portato alcun beneficio: entrambi sono risultati incapaci di scivolare lateralmente per aiutare gli esterni così come di andare a difendere le seconde palle di cui sopra.

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Karsdorp preso in mezzo da Telles e Corona. Con i centrali a difendere la zona nel mezzo, dovrebbe essere De Rossi ad aiutare l’esterno giallorosso. Ma il capitano è in ritardo..

Ma quello che ha nettamente colpito della prestazione della squadra giallorossa è stato proprio l’atteggiamento generale. È sembrato infatti di assistere ad un incontro di una squadra italiana in trasferta negli anni ’70 e ’80, prima della rivoluzione sacchiana, quando le nostre compagini andavano a giocare fuori casa con l’unico scopo di difendere la propria porta, pronte al massimo a sfruttare qualche occasione in contropiede o su palla inattiva.

Questa prestazione fa il paio con quella della Juventus contro l’Atletico Madrid. Detto che i bianconeri possono ancora ribaltare lo 0-2 dell’andata, non è comunque sfuggito il fatto che, ultimamente, la squadra di Max Allegri sembra giocare al di sotto delle potenzialità tecniche della rosa a disposizione.

Contro i madrileni, i bianconeri hanno mantenuto il controllo del pallone (63% di possesso palla), senza tuttavia riuscire a penetrare le maglie difensive dell’Atletico. La capacità degli uomini di Simeone di chiudere la zona centrale del campo ha costretto la Juve a muoversi per vie esterne, dove però le chiusure spagnole rendevano inefficace l’azione bianconera.

In pratica, forzata ad una partita di possesso, la Juventus non è riuscita a produrre un gioco capace di creare sufficienti azioni da gol.

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Gli xG della partita Atletico – Juventus, secondo il modello di Infogol.

Nella partita successiva, in campionato col Napoli, Allegri ha scelto una difesa posizionale bassa, con grossa densità centrale. Situazione che poi si è ulteriormente fortificata dopo l’espulsione di Pjanic, con il tecnico bianconero che ha abbassato Mandzukic sulla linea dei centrocampisti per formare un 4-4-1 con Ronaldo unica punta.

Da qui in poi, grazie anche all’azione offensiva del Napoli, la Juventus è stata incapace di risalire il campo, consegnandosi di fatto al palleggio avversario con il chiaro intento di difendere il vantaggio.

È evidente come, nella gara di ritorno con l’Atletico Madrid, la Juventus dovrà mostrarsi più propositiva e più efficace rispetto a quanto mostrato nelle ultime due uscite.

Ma le problematiche sollevate dalle due partite della Juventus prese in esame (soprattutto della prima con l’Atletico) e dalla prova offerta a Oporto dalla Roma, aprono un’altra questione. Quella, cioè, della direzione nella quale sta andando il calcio italiano.

In un momento nel quale il pubblico chiede un calcio proattivo e con un calcio che tende sempre più a favorire le squadre che attaccano, un certo tipo di calcio sembra anacronistico. Tutto questo passa ovviamente in secondo piano di fronte ad eventuali vittorie ma anche qui il quadro per le italiane è deficitario, con l’ultimo trionfo in Champions ottenuto nel 2010 dall’Inter di Mourinho, espressione di un calcio pragmatico ma vincente.

Puntare solo sulla superiorità tecnica sembra non bastare più a livello internazionale (come dimostrato finora da Juve e Real Madrid) e questo vale ancor di più per quelle squadre, come la Roma, che non dispongono di una rosa qualitativamente migliore rispetto alla concorrenza.

Il problema di fondo non è più quindi quello legato allo scontro ideologico fra fautori del bel gioco e cosiddetti ‘risultatisti’ ma è relativo alla questione se le nostre squadre siano in grado di fronteggiare il contesto internazionale sfruttando appieno il proprio potenziale attraverso il poggiarsi non soltanto sulle qualità tecniche dei giocatori ma anche su idee che possano risultare innovative e vincenti, come fu il caso appunto del già citato Milan di Sacchi.

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