Julio l’incompreso…

Dopo una stagione che ha visto alternarsi sulla panchina friulana ben tre allenatori (Delneri, Oddo e Tudor), sempre con risultati modesti, la famiglia Pozzo ha deciso di affrontare questo campionato tornado a scommettere su un allenatore giovane e in rampa di lancio.

Stavolta però i bianconeri hanno deciso di non affidarsi ad un talento nostrano quanto invece ad un allenatore straniero, pressoché sconosciuto. Ecco quindi arrivare alla guida dell’Udinese il 37enne spagnolo Julio Velázquez.

Una scelta sorprendente se guardiamo al suo cv – il nuovo tecnico bianconero ha poca esperienza ad alti livelli con un solo passaggio nella massima col Belenenses nella Primeira Liga portoghese prima dell’approdo all’Alcorcon nella Segunda División spagnola – ma meno scioccante se consideriamo che il club friulano, come detto, era abituato in passato a testare allenatori emergenti e ad affidare loro rose giovani fatte di scommesse, soprattutto straniere.

Dal punto di vista tattico Velázquez non sembrava ancorato ad uno schema preciso: il suo Alcorcon nella scorsa stagione si è schierato inizialmente col 5-3-2 per poi passare ad un 4-4-2/4-1-4-1 a seguito di una iniziale mancanza di risultati.

Nella filosofia del tecnico spagnolo la squadra deve sempre essere protagonista in campo, con terzini pronti a salire dando ampiezza e con un possesso palla mai fine a se stesso ma sempre orientato a destrutturare il sistema difensivo per trovare spazi per attaccare la profondità.

‹‹Per me il protagonismo della squadra non è fare venticinque passaggi di fila…quello che vogliamo fare è giocare la partita nella metà campo dell’avversario, sapendoci adattare alle diverse circostanze…non si tratta di tenere il pallone, ma di far sì che si possa giocare nella porta del rivale, sia dopo venticinque che dopo tre passaggi››.

Seguendo questa filosofia, a Udine Velázquez ha impostato i bianconeri sulla base di un 4-2-3-1 piuttosto offensivo. Tuttavia, dopo la prime uscite in prestagione non particolarmente convincenti, l’allenatore spagnolo ha virato verso un assetto 4-1-4-1 più difensivo con l’Udinese che, sotto la sua guida, è apparsa più pragmatica che spettacolare.

In attacco, il reparto offensivo è stato affidato a Kevin Lasagna e all’argentino Ignacio Pussetto, per il quale sono stati spesi otto milioni di euro per prelevarlo dall’Huracan, squadra nella quale ha segnato 9 gol in 27 partite la scorsa stagione. Attaccante esterno ma anche centrale, Pussetto in campionato è stato utilizzato sia come esterno di fascia che più avanti accanto a Lasagna.

A centrocampo l’idea di partenza era quella di utilizzare due interni complementari con uno più votato alla regia e l’altro più libero di inserirsi in avanti.

La fase di costruzione dell’Udinese doveva in partenza essere piuttosto elaborata, in sintonia con un’idea di calcio più europea e con Velázquez che voleva far salire la squadra giocando palla da dietro per poi agire verticalmente con una certa rapidità una volta raggiunta la metà campo, allo scopo di innescare i riferimenti offensivi, principalmente Lasagna.

Il piano tattico iniziale era quindi ambizioso: Velázquez mirava a fare dell’Udinese una squadra dal gioco arieggiante, europeo, seguendo appunto il modello spagnolo.

Tuttavia, come detto, quest’idea si è scontrata con una realtà fatta di giocatori che non si sono dimostrati adattati a questo tipo di calcio e Velázquez è stato bravo a dar prova di elasticità mentale abbandonando i propositi di calcio champagne per abbracciare un gioco più pratico, in grado di guidare i friulani ad una veloce salvezza.

Così, la fase di costruzione bassa variava dal presentarsi in forma più complessa all’essere meno elaborata a seconda del tipo e della qualità di pressing organizzato dagli avversari. L’intera fase offensiva è stata adattata al contesto: abbiamo visto in questi mesi l’Udinese cercare una fase più prolungata di palleggio oppure, più frequentemente, provare ad arrivare in porta il più velocemente possibile.

All’interno di questo contesto tattico adattabile, un ruolo importante lo ha mantenuto De Paul. L’argentino è l’uomo in grado di accendere la squadra nella metà campo offensiva, agendo da esterno offensivo sinistro pronto a tagliare all’interno del campo per occupare il mezzo spazio sinistro (all’interno del quale agisce da no.10) o anche da mezzala, come quando riceve palla in zone più basse di campo.

L’importanza dell’argentino nel contesto tattico costruito da Velázquez è testimoniato dal fatto che De Paul ha partecipato all’81.8% dei gol realizzati dall’Udinese (5 reti segnate e 4 assist prodotti).

In fase di difesa posizionale l’Udinese non ha manifestato problemi ad abbassare il proprio baricentro difendendo anche a pochi metri dalla propria area di rigore, come conferma il dato relativo al baricentro medio utilizzato dalla squadra durante la gestione Velázquez (48,1 metri) che è risultato essere il quinto più basso della massima serie.

Praticamente tutti i giocatori di movimento erano chiamati a partecipare alla fase difensiva, volta soprattutto a chiudere le zone centrali del campo. Lo svizzero Behrami, agendo da mediano basso davanti alla difesa, doveva garantire copertura e fisicità proprio nella zona centrale del campo.

Una volta conquistata palla, i bianconeri cercavano poi di risalire velocemente il campo sfruttando le qualità di corsa di giocatori come Fofana, Barak, De Paul e Pussetto e anche la capacità di Lasagna di attaccare la profondità.

Tuttavia, complice un calendario sfavorevole, che l’ha vista affrontare Sampdoria, Fiorentina, Torino, Lazio, Juventus, Napoli e Milan durante le prime dodici partite di campionato (tutte squadre sulla carta superiori alla compagine friulana), l’Udinese ha totalizzato appena 9 punti nelle partite fin qui disputate, trovandosi invischiata nella lotta per non retrocedere.

Soprattutto, a segnare la sorte di Velázquez sono state le sconfitte in trasferta con le pari grado Bologna (2-1) e Empoli (2-1) quest’ultima giunta al termine di una partita nella quale i bianconeri avrebbero meritato la vittoria.

Il gol subito da calcio d’angolo contro l’Empoli nell’ultima partita della gestione Velázquez. L’Udinese ha concesso quattro reti (22%) da situazione di palla inattiva, escludendo i rigori.

A nulla è servita l’inversione tattica operata dal tecnico spagnolo a partire dalla partita col Napoli (sconfitta interna 0-3), che ha visto Velázquez schierare i suoi con un (fino ad allora) inedito 5-3-2. Sistema che è stato utilizzato anche nelle due successive gare contro Genoa (pareggio 2-2 in trasferta) e Milan (altra sconfitta interna 0-1) prima del ritorno alla difesa a quattro in occasione della partita del Castellani che ha decretato la fine dell’esperienza di Velázquez in Friuli.

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La difesa a cinque utilizzata nella partita col Milan.

Alla fine, in un calcio come quello italiano dove è difficile mantenere freddezza in situazioni critiche, Velázquez è stato esonerato. Di lui restano l’educazione massima e l’elasticità nel cambiare la squadra per adattarla al contesto e alla qualità dei giocatori a disposizione. Di contro, il suo approccio tattico (comunque non certo naïf) ha dovuto fare i conti con una rosa giovane e qualitativamente non eccezionale.

Velázquez ha forse pagato anche i continui cambi di sistema di gioco che ha finito probabilmente per togliere certezze ad una squadra apparsa finora fragile. Se guardiamo ai dati ci accorgiamo come i problemi maggiori dei bianconeri siano risultati essere quelli in fase offensiva: i friulani hanno segnato appena undici reti, facendo meglio soltanto di Chievo (10) e Frosinone (10).

Le statistiche avanzate confermano le difficoltà della squadra di Velázquez nel trovare la via del gol. I bianconeri hanno prodotto infatti 14.18 expected goals (xG), vale a dire un dato di 3.18 inferiore rispetto alle reti realmente segnate.

Spetterà ora a Davide Nicola e al suo staff tirare fuori la squadra dalle zone basse della classifica.

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