Guardare avanti

La finale del Mondiale 2018 non è stata una forse una bella partita ma è sicuramente stata ricca di gol e di emozioni. Alla fine ha vinto la squadra dotata di più talento, la Francia, una delle favorite della vigilia per il trionfo finale.

La Croazia ha affrontato da sfavorita questa finale giocandosela secondo i tratti caratteristici dati dal suo allenatore, Zlatko Dalić, che ha costruito una compagine strutturata tatticamente intorno al talento e alla capacità di leggere le situazioni dei suoi giocatori più dotati tecnicamente.

Utilizzando prevalentemente il 4-1-4-1, con brevi passaggi al 4-2-3-1 contro Nigeria e Russia, Dalić ha assemblato una squadra che ha una costruzione bassa non particolarmente elaborata, con lo scopo di raggiungere quanto prima possibile, attraverso un football diretto e pratico, i riferimenti offensivi.

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Il 4-1-4-1 utilizzato in finale dalla Croazia, nella pass map di @11tegen.

Nella partita contro la Francia, così come nelle altre partite ad eliminazione diretta, la Croazia ha cercato di controllare l’incontro tramite il possesso palla. Questo dato non è in controtendenza con la ricerca della profondità di cui sopra. La Croazia infatti non ha utilizzato il controllo del pallone in senso posizionale, per cercare di manipolare la struttura difensiva avversaria, quanto piuttosto in attesa che si aprissero davanti a lei spazi verticali da attaccare.

Non dovendo quindi creare una struttura posizionale, con l’occupazione a più livelli dei mezzi spazi, la fase di costruzione croata era essenzialmente demandata al transito del pallone dai piedi dei tre centrocampisti centrali Luka Modrić, Marcelo Brozović e Ivan Rakitić , per poi trovare sfogo sulle corsie esterne, dalle quali partivano i traversoni. La nazionale croata è stata la seconda squadra del torneo per cross prodotti a partita (25) dietro soltanto la Germania (32). A questa elevata quantità di palloni messi in mezzo dalle fasce non è però sempre corrisposta una adeguata occupazione dell’area di rigore.

Nonostante un primo tempo migliore dei Francesi, la nazionale di Dalić chiudeva in svantaggio la prima frazione di gioco. Col proseguire della partita, la fase offensiva della Croazia si dimostrava incapace nel creare pericoli che potessero permetterle di rimontare lo svantaggio accumulato.

Alla fine, la struttura tattica reattiva e il maggior talento individuale della squadra di Didier Deschamps hanno avuto la meglio, piegando la resistenza della squadra rivelazione del torneo.

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La grafica degli xG di Michael Caley mostra l’equilibrio della finale. 

Ma cosa resta alla Croazia, a parte la soddisfazione di essere sorprendentemente arrivata a una partita dal vincere il trofeo calcistico più prestigioso?

Prima di tutto, la nazionale croata ha dimostrato di poter contare su un’ottima nidiata di giocatori che, anche se probabilmente inferiori rispetto a quelli della generazione del ’98, hanno comunque mostrato grande talento, lasciando intravedere la possibilità che la squadra sia competitiva anche a breve termine, cioè nell’Europeo del 2020. Alcuni giocatori poi, come Brozović (25 anni), Ante Rebić (24), Sime Vrsaljko (26), Andrej Kramarić (27), Mateo Kovačić (24) e Marko Pjaca (23) hanno la possibilità di essere protagonisti anche in Qatar, fra quattro anni.

Tuttavia, per giocatori come Modrić, Mario Mandžukić e, forse, Lovren, Vida e Badelj, quello russo potrebbe essere stato l’ultimo mondiale da protagonisti. Il grande risultato conseguito in Russia dovrà far riflettere la Federcalcio guidata da Davor Šuker. Un Paese di 4.5 milioni di abitanti ha compiuto una impresa storica raggiungendo la finale: ora si tratta di costruire sulla base di questo successo.

La Croazia ha la necessità di programmare lo sviluppo delle sue infrastrutture e del sistema di educazione degli allenatori. Con una popolazione così ridotta nella quale pescare e con la concorrenza di altri sport come la pallanuoto, è necessario un intervento capillare per individuare, selezionare e allenare il talento, sul modello di quanto fatto dal Belgio negli ultimi anni.

Il successo di questo gruppo di calciatori è sembrato (al di là del crollo inaspettato di alcune grandi favorite) più legato al talento individuale e all’organizzazione tattica della squadra che ad una programmazione tecnica. Se questo era normale nel 1998, con una nazione appena nata, ora sarà necessario operare una costruttiva programmazione per cercare di non disperdere quanto di buono fatto in Russia e per riuscire invece a fare di questo secondo posto un punto di partenza per un successo di più lunga durata.

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