Cosa resta del Benevento di De Zerbi

‹‹Secondo me non si può ripartire dallo stesso allenatore dopo una retrocessione››. Con queste parole, nella conferenza stampa alla vigilia dell’ultima partita di campionato, Roberto De Zerbi ha ufficialmente annunciato il suo addio al Benevento a fine stagione.

Non è riuscita a De Zerbi l’impresa di salvare una squadra raccolta nell’ottobre 2017 con zero punti in classifica dopo nove sconfitte consecutive. Nonostante la rincorsa effettuata, soprattutto nel girone di ritorno, grazie all’imponente campagna acquisti effettuata dal Presidente Vigorito nel mercato invernale, il Benevento è retrocesso matematicamente dopo 34 giornate.

Eppure, la squadra giallorossa è andata giù fra gli applausi dei suoi tifosi, centrando imprese comunque storiche come le vittorie a San Siro contro Inter e Milan e, soprattutto, mettendo in mostra un gioco innovativo per queste latitudini.

Merito di De Zerbi, allenatore giovane ma dalle idee chiare. Arrivato in Campania dopo la negativa esperienza di Palermo, il tecnico bresciano ha istallato a Benevento quel gioco di posizione che già lo aveva fatto balzare agli onori delle cronache durante la sua esperienza col Foggia.

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Un’immagine che spiega l’approccio posizionale del Benevento di De Zerbi in fase offensiva.

Partendo da una costruzione bassa esasperata, anche a costo di commettere qualche errore, il Benevento di De Zerbi puntava a manipolare la struttura difensiva avversaria per creare spazi da attaccare oltre la prima linea di pressione rivale. Questa prima fase di costruzione ha nel gioco del Benevento lo scopo di attirare il pressing ultra-offensivo avversario, per allungare le distanze fra i reparti della squadra difendente e favorire appunto la risalita del campo dei giallorossi. Proprio per questo motivo la costruzione è particolarmente elaborata, anche in zone prossime alla propria porta, con la possibilità di utilizzare anche il portiere.

L’intera fase offensiva del Benevento è risultata estremamente fluida, con cambi di posizione fra i giocatori in base all’altezza della posizione del pallone. La stessa disposizione di partenza del Benevento è variata molto durante il periodo di De Zerbi, in funzione delle caratteristiche degli avversari e della volontà dell’allenatore di attaccare determinate zone.

Così abbiamo visto il Benevento disporsi con la difesa a tre o a quattro, con scelta prevalentemente orientata in base allo schieramento offensivo utilizzato dalla squadra avversaria (attacco a due o tre punte), in modo da favorire la fase di costruzione giallorossa.

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Un esempio del Benevento con la difesa a tre in fase di costruzione.

In questo senso, la retroguardia giallorossa poteva anche passare da quattro a tre giocatori nella fase di possesso per tornare a quattro in quella difensiva.

La stessa composizione di centrocampo e attacco è variata col Benevento schierato con due o tre centrocampisti centrali, con due esterni larghi a supporto del centravanti oppure con due trequarti a ridosso dell’unico attaccante. L’ampiezza era garantita ora dagli esterni bassi, ora da quelli alti, a seconda del contesto.

In fase di costruzione bassa De Zerbi ha potuto contare su giocatori dall’alta percentuale di precisione nei passaggi come Berat Djimsiti (88.2%), Alin Tosca (88%) e Bacary Sagna (90.2%) i quali sono stati comunque favoriti dal sistema di linee di passaggio creato intorno a loro dalla fluidità e dal gioco posizionale dell’allenatore.

Per quanto riguarda invece il centrocampo, l’asse portante del Benevento è stata costituita da Sandro e Nicolas Viola. Il brasiliano ha garantito alla squadra esperienza, tecnica (88.6% di precisione nei passaggi) e fisicità in mezzo al campo, agendo da schermo davanti alla difesa.

Da parte sua, l’ex reggino Viola agiva prevalentemente da interno, pronto ad abbassarsi per mettere le proprie qualità di palleggio (82.2%) a disposizione della squadra in fase di costruzione ma anche ad alzarsi per collaborare nella trequarti offensiva (2 gol e 6 assist).

Più avanti, giocatori come Enrico Brignola (3 gol, 2 assist), Filip Djuricic (2 assist) e Guilherme (2 gol, 2 assist), spesso anche Danilo Cataldi (1 gol, 4 assist), avevano il compito di velocizzare l’azione una volta superata la prima linea di pressione avversaria, attaccando fronte alla porta la linea difensiva.

In generale, la fase offensiva del Benevento è risultata abbastanza efficace rispetto alle diretti concorrenti, con la squadra di De Zerbi che è risultata migliore di Sassuolo e Verona e al pari di Genoa e Cagliari in termini di gol fatti (33) e di Cagliari, Bologna, Spal, Chievo, Verona e Crotone per quanto riguarda i gol attesi (37.55 xG).

In fase difensiva, il Benevento di De Zerbi ricercava il gegenpressing per l’immediata riconquista del pallone in zone avanzate di campo, con la squadra pronta a ricompattarsi nella propria metà campo nel caso di non riuscita di questa azione difensiva iniziale, passando allo schieramento difensivo base adottata in funzione della partita. Tuttavia, proprio le transizioni difensive sono state a volte difficili da gestire per la squadra e questo ha inciso sul dato finale di 84 gol subiti che fanno del Benevento la peggior difesa della massima serie.

Il gol subito da Paloschi contro la Spal: ripartenza dopo un errore in fase di costruzione.

Alla fine, quello che è mancato ad un Benevento che comunque ha ottenuto 17 punti nel girone di ritorno (sarebbe fuori dalla zona retrocessione) è stato, probabilmente, quello che il suo allenatore ha più volte sottolineato, vale a dire qualcosa ‹‹nei primi e negli ultimi sedici metri››. La differenza fra gol segnati ed expected goals conferma questa sensazione dell’allenatore.

Oltre a questo, una ulteriore difficoltà è stata quella posta in essere dalla non facile situazione di dover giocare per vincere (a causa del gap accumulato in classifica prima dell’arrivo di De Zerbi) anche partite che in altre situazioni sarebbero state sufficienti pareggiare.

L’esito finale della stagione dei beneventani non deve però far passare in secondo piano l’ottimo lavoro svolto da De Zerbi e dal suo staff. Lavoro che probabilmente consentirà all’allenatore bresciano di avere a disposizione una nuova possibilità in Serie A, magari partendo dall’inizio e con una rosa più adeguata alle difficoltà della massima serie.

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