Perché la rinuncia di Verdi non è così insensata…

“Non è stato un no al Napoli, fin da gennaio avevo espresso l’intenzione di voler restare a Bologna”.

Con queste parole Simone Verdi ha spiegato la sua decisione di non accettare il trasferimento sotto il Vesuvio, trasferimento già concordato fra le due società e che aveva sollevato perplessità e polemiche nella tifoseria felsinea.

Così il 25enne esterno offensivo si aggiunge alla lista di coloro che già in passato hanno fatto il gran rifiuto rinunciando ad andare a giocare per i Partenopei, lista che comprende i vari Rolando Bianchi, Davide Astori, Michele Bastos, Christoph Kramer, Maxime Gonalons e Gianluca Lapadula.

Subito la critica si è divisa fra coloro che ritengono che Verdi abbia maturato sua sponte il rifiuto e coloro che invece sostengono che dietro questa decisione di non partire alla volta di Napoli ci siano invece promesse già ricevute da altre squadre (Inter?) per un trasferimento da concretizzarsi al termine di questo campionato.

Soprattutto, giornalisti e addetti ai lavori si sono divisi su un’altra, più importante questione: ha fatto bene o no Verdi a rifiutare un trasferimento che era praticamente cosa già fatta?

Da un punto di vista squisitamente economico è chiaro che Verdi ha perso qualcosa nel rifiutare il passaggio al Napoli visto che il suo attuale stipendio da 600 mila euri all’anno sarebbe lievitato fino agli 1.8 milioni della proposta del club di De Laurentiis.

Cosa dire invece per quanto riguarda l’aspetto tecnico? Verdi (6 reti e 5 assist finora) può giocare indifferentemente sulla fascia destra o sinistra, facilitato dall’essere ambidestro e può anche ricoprire il ruolo di trequartista, posizione nella quale lo stesso Maurizio Sarri lo aveva già impiegato durante la comune esperienza a Empoli.

I due gol su punizione di Verdi contro il Crotone: uno di sinistro ed uno di destro.

A Napoli il tecnico toscano, partito con l’idea di riproporre il 4-3-1-2 con cui proprio a Empoli si era fatto notare dal grande pubblico, ha virato dopo le difficoltà iniziali verso quel 4-3-3 che meglio si adatta alle caratteristiche degli uomini a disposizione. Un modulo a tre punte rimasto invariato anche dopo l’infortunio accorso al polacco Arkadiusz Milik e che ha visto Sarri inventarsi Dries Mertens nel ruolo di no.9.

All’interno di questo sistema di gioco il ruolo di Verdi sarebbe stato quello di alternativa ad uno dei due esterni, Lorenzo Insigne e José Callejón.

La politica sarriana prevede l’utilizzo dei giocatori che garantiscono il maggior contributo all’interno del sistema designato con scarsissimo ricorso al turnover. Questo spiega l’alto minutaggio riservato ai vari Mertens (1715), Callejón (1673) e Insigne (1525).

L’insostituibilità dei cosiddetti ‘titolarissimi’ ha finora pagato (anche se restano da valutare gli esiti finali) ma ha di contro ridotto il minutaggio di giocatori come Emanuele Giaccherini (60), Leonardo Pavoletti (costretto a partire alla volta di Cagliari), Manolo Gabbiadini (scartato come vice Gonzalo Higuaín) o Lorenzo Tonelli (mai impiegato da Sarri).

Altri elementi della rosa del Napoli hanno avuto più spazio e considerazione nella gerarchia di Sarri: Mário Rui (550), Marko Rog (169), Amadou Diawara (412) e Piotr Zielinski (757) hanno avuto le loro opportunità pur all’interno di una turnazione sempre limitata.

Davanti a questi dati si potrebbe obiettare che questi giocatori non sono stati voluti direttamente dal tecnico mentre Verdi era una espressa richiesta di Sarri. Questo avrebbe verosimilmente garantito all’esterno felsineo un impiego maggiore. Tuttavia, se prendiamo in considerazione il minutaggio di Nikola Maksimovic (95) vediamo come anche il difensore centrale sia stato largamente sottoutilizzato da Sarri nonostante il fatto di essere stato un rinforzo richiesto direttamente dell’allenatore.

Quando si scrive che Verdi non avrebbe avuto problemi ad inserirsi nei meccanismi di gioco del Napoli in virtù della passata esperienza agli ordini di Sarri si dimentica di dire che, anche se alcuni principi di gioco sono rimasti invariati, il sistema utilizzato attualmente dall’allenatore del Napoli (4-3-3 appunto) è diverso dal 4-3-1-2 impiegato in Toscana.

Anche rispetto al 4-3-3 di Roberto Donadoni, Verdi avrebbe incontrato delle problematiche relative ad un adattamento che deve per forza essere veloce per gli acquisti di gennaio.

Per prima cosa il Bologna non ha solitamente un recupero palla in zone avanzate di campo, come testimoniato dai dati InStat che attestano la distanza media dalla porta avversaria nei recuperi palla dei rossoblù ai 78.2 metri mentre il Napoli ha il recupero palla più alto della massima serie con una distanza media di 68.6 metri.

Anche lo stile di gioco è diverso con i felsinei che puntano molto di più alla verticalità effettuando 5.1 passaggi in media negli attacchi conclusi con una segnatura a fronte dei 10.9 del Napoli.

Tutte queste considerazioni rendono la decisione di Verdi meno avventata di quanto possa sembrare in un primo momento.

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