Foto: IMAGO /Buzzi
Guelfi e ghibellini, Coppi e Bartali, Rivera e Mazzola. Gli italiani storicamente amano dividersi in fazioni. Una di queste divisioni fu quella che mise di fronte riveriani e mazzoliani, ai tempi in cui Milano dominava il calcio mondiale.
Il culmine lo si ebbe in Messico, nel 1970, con la famosa staffetta inventata da Ferruccio Valcareggi, i sei minuti di Rivera in finale contro il Brasile…pagine e pagine scritte intorno al caso (anche un numero di Topolino sedici anni dopo) e a questa rivalità, che poi era solo sul campo. Loro due, bandiere di Milan e Inter, sulle sponde opposte dei Navigli. Amici fuori del campo, là dove i critici propendevano chi per l’uno e chi per l’altro.
Rappresentavano due idee diverse di calcio. Rivera era l’abatino, come da soprannome affibbiatogli da Gianni Brera, vessillifero di un calcio cadenzato, tecnico, fatto di passaggi precisi e lanci lunghi altrettanto millimetrici. L’altro, il figlio di Valentino, era invece il prototipo del calciatore moderno.
Cresciuto nel calcio italiano degli anni Sessanta (Mazzola esordisce in prima squadra in quel leggendario Juventus – Inter 9-1 in cui, per protesta, la dirigenza nerazzurra spedisce in campo i ragazzotti della Primavera), quelli del boom economico, Sandro debutta in nazionale il 12 maggio 1963.
È, quello, l’anno della grande Milano, col Milan che vince la Coppa Campioni (prima volta per una squadra italiana) e l’Inter il primo titolo dell’era di Helenio Herrera. Il mago vede Mazzola attaccante, così come era cresciuto. Una volta partito HH, Sandro arretra il suo raggio d’azione. Chissà, forse per far vedere a tutti di essere in grado di fare lo stesso gioco dell’amico – rivale rossonero.
Numeri sunt consequentia rerum. Parafrasando il noto detto latino (nomina…) si riesce a spiegare il calcio dell’epoca, quando i numeri di maglia avevano un senso perché indicavano un ruolo, una posizione e dei compiti specifici da svolgere in campo.
Mazzola con il 10, anche con l’8 (e col 9, a fine carriera). Mezzala dunque, ma non come Rivera, spiegherà negli anni. Lui voleva essere sempre un incursore, non un regista. Però è lì che inizia il dualismo che poi sfocerà nella già citata avventura messicana del 1970.
Agile, scattante, Mazzola rappresenta già quello che diventerà, da lì a poco, il giocatore universale del decennio successivo, quello della rivoluzione olandese. Mazzolino come Johan Cruyff, bravo con la palla fra i piedi, quasi imprendibile nello scatto da fermo, dribbling, velocità e tiro.
Nel 1974 la sua ultima avventura in una Coppa del Mondo, la prima senza più la Rimet in palio. Pelé non c’è più e l’Italia arriva in Germania Ovest fra le favorite. Finirà per autodistruggersi fra polemiche interne, gruppi ed equivoci tattici, il vaffa di Chinaglia a Valcareggi. Azzurro tenebra, come da romanzo di Giovanni Arpino.
Sempre Valcareggi ne escogita un’altra. Basta dualismo, abbiamo due fuoriclasse, dobbiamo sfruttargli insieme. Nuova maglia, nuovo ruolo. Per Mazzola è pronta la numero 7. Ala destra, con libertà di spaziare su tutto il fronte offensivo.
Ma quando lo fa, Valcareggi prima e la stampa poi si lamentano che non resta in fascia, che manca l’esterno. L’Italia esce ai gironi, altro che titolo. Valcareggi lascia a Fulvio Bernardini ed Enzo Bearzot. Finisce anche l’era di Rivera e Mazzola. Il milanista chiude con 60 presenze e 14 gol un’avventura in azzurro iniziata nel 1962. Mazzola termina con 70 partite e 22 reti.
Non finisce però qui la sua carriera da calciatore. Altre tre stagioni con l’Inter, prima del ritiro. Poi, da dirigente, tornerà in nerazzurro. Ma questa è già storia contemporanea. Fino all’ultimo colpo da fuoriclasse: andarsene nel giorno in cui San Siro compie cento anni. Ciao Sandro.


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