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Intervista a Domènec Torrent

Potresti gentilmente spiegarci quali erano i tuoi ruoli e compiti al Barça, al Bayern e al Manchester City?

Certo. Ho ricoperto diversi ruoli: al Barça ero un match analyst, fornivo informazioni a Pep [Guardiola] sui nostri prossimi incontri; al Bayern e al City invece ero responsabile delle situazioni di palla inattiva. Ho sempre parlato di tattica con Pep, soprattutto degli avversari e le strategie migliori per affrontarli.

 

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Domènec Torrent con Guardiola durante il periodo al Bayern.

Qual è la tua filosofia tattica?

Mi piace avere il controllo del gioco. Per me esistono due tipi di allenatori: quelli proattivi e quelli reattivi.

Essere “proattivo” per me significa preferire una trasmissione pulita del pallone nella fase di costruzione, pressare in zone alte del campo, giocare a pochi tocchi e reagire velocemente alla perdita del possesso.

Molte persone credono che a Pep piaccia sempre far fare tanti passaggi alle sue squadre, ma in realtà la cosa più importante per lui – e per me – è che riescano ad attaccare velocemente quando ci sono le condizioni per farlo: se puoi segnare in poco tempo, è molto più vantaggioso attaccare in maniera diretta che fare un possesso ragionato.

Nel 2018 hai scelto di far ripartire la tua carriera da allenatore con il New York City FC nella MLS: che tipo di progetto stai cercando al momento?

Al momento sarei interessato a lavorare nei migliori campionati, qualora ci sarà la possibilità di farlo naturalmente, ma non escludo di lavorare ancora nella MLS perché ora conosco perfettamente il campionato e perché ho avuto una felice esperienza a New York.

Mi piacerebbe tornare in attività perché amo il calcio, ma non c’è alcuna fretta: la cosa più importante per me è cercare di prendere la decisione migliore qualora una squadra mi contatti a breve; per me conta molto di più l’idea, il progetto e le competenze che si cercano in me piuttosto che lo stipendio.

Mi piacerebbe lavorare in Europa o nel Sud America, non ho preferenze.

A proposito dei campionati migliori, secondo te quanto è grande il divario tecnico tra la MLS e le altre leghe in cui hai lavorato ad oggi?

Innanzitutto, i giocatori sono tecnicamente diversi tra di loro: nei grandi club europei, che hanno molti top players – come mi è fortunatamente capitato al Barça, al Bayern e al City – è facile giocare a uno o due tocchi, mentre nella MLS hai bisogno di più tocchi.

I giocatori in America stanno migliorando e non sono molto distanti dai loro corrispettivi europei: se vi ricordate, vent’anni fa l’MLS era ritenuto un campionato buono solo per concludere la propria carriera, mentre oggi ciò non sarebbe possibile data la maggiore fisicità presente nella competizione.

Ad oggi, quindi, direi che la differenza con le leghe europee sia esclusivamente tecnica: per giocare velocemente in MLS, hai mediamente bisogno di più tocchi che in Europa.

Al Barça hai lavorato con Leo Messi per quattro anni: potresti raccontarci qualche aneddoto sul miglior giocatore al mondo?

Ne avrei molti su di lui, ma ricordo soprattutto una partita di Champions League contro l’Arsenal al Camp Nou: eravamo partiti in svantaggio e a un certo punto Leo ha detto: “Non preoccupatevi, risolverò questo problema”, dopodiché ha segnato ben quattro gol; questo è Messi.

Quando si punta ad essere i migliori al mondo, come fa il Barça, è frequente vedere questo tipo di reazioni da parte di Messi e ciò fa bene alla squadra perché tutti capiscono quanto sia importante per il club.

Finora Thiago Alcântara ha giocato soprattutto in squadre orientate al possesso palla, spesso secondo i princìpi del gioco di posizione: avendo lavorato con lui al Barça e al Bayern, come lo vedresti in una squadra dallo stile di gioco più diretto?

Per me Thiago è un ottimo giocatore: può giocare nella Liga, Bundesliga, Premier League o altrove per le qualità di cui dispone, quindi anche in una squadra che gioca un calcio più diretto.

Tuttavia, da allenatore secondo me sarebbe un errore applicare sempre questa proposta di calcio con Thiago: certo, può giocare sul lungo perché ha la qualità per farlo, però sarebbe meglio per lui se il suo allenatore allenasse un calcio più orientato al controllo, quindi con un attacco più posizionale che diretto.

In ogni caso, quando hai un giocatore con ottime qualità come Thiago, è facile giocare in più modi.

Nella stagione 2017/18 abbiamo visto il Manchester City giocare con un “falso” terzino sinistro, spesso Fabian Delph: questa scelta è stata prevalentemente dovuta all’infortunio di Benjamin Mendy oppure è una soluzione che avreste adottato anche col francese a disposizione?

Entrambe le cose. Se giochi con Delph, che viene dentro il campo come un mediano aggiunto, hai una costruzione 3+2: ciò vuol dire che hai più controllo, soprattutto in transizione negativa. Da allenatore, penso che si debba rispettare le qualità dei giocatori a disposizione: Mendy ha caratteristiche diverse, gli piace attaccare, è veloce e forte fisicamente; forse con lui puoi attaccare meglio perché è quasi un’ala aggiunta.

A volte Pep voleva avere più controllo sugli avversari nelle zone centrali del campo, quindi giocava Delph (oggi ci sono altri al suo posto); altre volte invece voleva attaccare in ampiezza coi terzini, quindi schierava Mendy e Walker assieme.

In ogni caso, per me è fondamentale rispettare le caratteristiche dei giocatori a disposizione.

Cosa pensi delle statistiche nel calcio e quali utilizzavi di solito?

Per me ci stanno, si tratta di una possibilità aggiuntiva per migliorare i giocatori: io usavo le statistiche per verificare le mie sensazioni a fine gara, per esempio se avevamo perso tanti palloni in costruzione o se potevamo essere efficaci nella costruzione con più o meno tocchi.

Quali potrebbero essere le prossime innovazioni tattiche nel calcio secondo te?

Non saprei, ma per esempio mi piace la possibilità di effettuare cinque sostituzioni: è molto meglio per me in quanto allenatore, ma anche per i tifosi.

Immagina di essere sotto di due gol negli ultimi quindici minuti: decidi di giocare con un difensore centrale e tre punte; l’allenatore avversario deve reagire velocemente e non è sempre facile, quindi diventa un contesto molto interessante e ci guadagnano sia i tifosi che il calcio in generale.

Ci sono due vantaggi con cinque cambi consentiti: il primo è di tipo strategico, mentre il secondo riguarda l’aspetto fisico, soprattutto se hai giocatori che si stancano molto verso gli ultimi venti minuti.

Non pensi che questa regola sia svantaggiosa per le squadre che non hanno grande profondità in panchina?

Non saprei: sicuramente è vantaggiosa per gli allenatori delle squadre – anche di medio-alta classifica – che pressano alti, mentre può essere svantaggiosa per quelle di bassa classifica che hanno valori tecnici più bassi e limitati.

Al New York City hai allenato Maxí Morález, che ha avuto alti e bassi durante la sua esperienza nell’Atalanta: come è stato allenare un giocatore del genere e pensi che avrebbe potuto avere una carriera migliore in Europa?

Amo questo tipo di giocatori: Maxi mi ha aiutato molto sia dentro che fuori dal campo, per esempio nel comunicare con il gruppo latino-americano della rosa durante i momenti di difficoltà.

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Maxi Morález in maglia NYCFC.

Ha la qualità per giocare di nuovo in Europa, ma forse lo stipendio è un ostacolo: quello che percepisce nella MLS non è lo stesso che potrebbe guadagnare qui. Se avrò la possibilità di allenare in Europa, di sicuro lo contatterò per valutare se potremo lavorare di nuovo assieme.

Sono molto contento della mia esperienza con lui perché, di solito, la gente pensa che i numeri 10 non abbiano uno spirito combattivo in campo, invece lui possiede questa qualità. Non so se abbia intenzione di chiudere la carriera in America, ne abbiamo parlato diverse volte assieme, ma se vuole ha le qualità necessarie per giocare di nuovo in Europa.

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