A che punto è il Torino…

La sfida casalinga al Benevento sarà la terza partita di Walter Mazzarri come allenatore del Torino e un’altra occasione per valutare da vicino quale direzione stanno prendendo i granata dopo il flop di Sinisa Mihajlovic.

Al suo arrivo Mazzarri ha trovato una situazione particolarmente difficile. L’eredità lasciatagli da Mihajlovic era infatti costituita da una squadra che il tecnico serbo non è riuscito a plasmare adeguatamente, rimanendo vittima di tutta una serie di equivoci tattici che ne hanno minato il percorso. Le numerose rimonte subite e i continui alti e bassi in termini di risultati, uniti a questa mancanza di identità tattica, hanno finito per accelerare la conclusione dell’avventura dell’ex allenatore di Sampdoria e Milan sulla panchina torinista.

Dal punto di vista del gioco Mihajlovic ha costruito una struttura tattica fondata sulle iniziative individuali in fase di possesso palla e sulla ricerca di un confronto uomo contro uomo in fase difensiva. A partire dalla fine dello scorso campionato l’allenatore serbo era passato al 4-2-3-1 proprio per esaltare le individualità offensive di cui disponeva la squadra, inquadrandole in un calcio esasperatamente verticale che aveva come obiettivo quello di far arrivare la palla il più velocemente possibile ai tre giocatori dislocati sulla trequarti col compito di sfruttarne le caratteristiche tecniche in situazione di uno contro uno e con lo scopo finale di servire quanto prima Belotti nell’area avversaria. Un calcio di questo tipo, fondato su una esasperazione dell’aspetto individuale (a discapito del collettivo), comportava il rischio di essere troppo dipendenti dalle giornate buone dei vari Iago Falque e Ljajic, dai quali in ultima analisi dipendeva l’efficacia della fase offensiva granata.

All’inizio di questo campionato Mihajlovic confermava la scelta del 4-2-3-1 come schema base, nella convinzione che questo fosse il sistema migliore per sfruttare il potenziale offensivo della squadra. In particolare, come dichiarato dallo stesso tecnico serbo, la conferma del 4-2-3-1 era volta a mettere Ljaic al centro del progetto tecnico del Toro, a conferma del fatto di come Mihajlovic intendesse costruire la squadra intorno alle individualità.

L’inizio di campionato del Toro sembrava confermare la bontà di questa scelta con la squadra che inanellava una serie di risultati positivi. Tuttavia, quando alcuni giocatori (segnatamente Ljajic e Belotti) hanno cominciato a calare di rendimento, le prestazioni e i risultati della squadra, dipendente nel gioco dalle iniziative individuali, hanno cominciato a risentirne. Il 4-0 sofferto nel derby contro la Juventus segnava il punto di non ritorno, l’inizio della parabola discendente per il Torino. L’incapacità di trovare una collocazione a Niang, giocatore voluto dal tecnico e sul quale il presidente Cairo ha investito 15 milioni di euro complessivi, hanno ulteriormente indebolito la posizione dell’allenatore.

Inoltre, il Toro palesava difficoltà anche in fase di non possesso con l’aprirsi di numerosi buchi a centrocampo causati dalle scarse attitudini difensive dei suoi trequartisti e anche dalla partenza di un giocatore come Benassi (sacrificato sull’altare del passaggio al sistema con due soli interni di centrocampo) che avrebbe potuto contribuire in entrambe le fasi di gioco.

Tutte queste problematicità hanno convinto Mihajlovic a tornare sui propri passi abbandonando l’ultra-offensivo 4-2-3-1 per un ritorno al 4-3-3. «Ho cercato di continuare con questo modulo (4-2-3-1) ma nelle ultime partite eravamo troppo scolastici e allora era giusto cambiare. Quando saranno tutti nella forma migliore magari vedremo se si riuscirà a tornare a questo modulo».

In realtà il passaggio al 4-3-3 non ha sortito gli effetti desiderati, né in fase offensiva né in fase di non possesso palla. Infatti, col Toro in attacco, l’assenza di uno spartito tattico preciso lasciava ancora i granata in balia delle iniziative individuali dei giocatori offensivi, in particolare dei due esterni. I Granata non riuscivano a costruire un gioco adeguato sugli esterni, da dove mancavano i cross per servire Belotti (il Toro produceva una media di 11 traversoni a partita, dei quali soltanto 2.7 efficaci per una percentuale di successo del 25%) e questo finiva per acuire le difficoltà del proprio centravanti. Per di più, Mihajlovic continuava a palesare difficoltà nell’inquadramento tattico di Niang.

In fase difensiva l’aggiunta di un altro centrocampista centrale non è stata sinonimo di maggior equilibrio difensivo nonostante la possibilità di poter sfruttare un uomo in più all’interno di un sistema difensivo orientato alla marcatura individuale. La fase di non possesso era quindi ancora una volta demandata alla capacità dei singoli giocatori granata di vincere i rispettivi duelli individuali. Il pressing della squadra era poi scollegato, con reparti sfilacciati fra loro, col risultato di aprire pericolosi spazi oltre la prima linea di pressione.

Alcune scelte strategiche, poi, come ad esempio quella di affrontare il Napoli con una linea difensiva alta, non sono sembrate particolarmente accurate.

La linea difensiva del Toro di Mihajlovic, alta e spezzata contro il Napoli in occasione del gol di Zielinski. 

Il miglioramento in termini di gol subiti è stato quindi irrisorio (-0.6) mentre la fase offensiva addirittura peggiorava (-0.2 gol segnati dopo il passaggio al 4-3-3). In termini di expected goals, secondo il modello di understat.com, il Toro di Mihajlovic era appena dodicesimo in Serie A con 23.05 xG. Posizione confermata anche per quanto riguarda gli expected goals against (25.61), indice che aiuta a misurare la capacità difensiva di una squadra. Questi dati confermano come non solo i risultati ma anche le prestazioni offensive e difensive del Torino non fossero in linea con le attese della proprietà.

Così, Cairo optava per l’esonero di Mihajlovic e per la sua sostituzione con Mazzarri. L’ex allenatore del Watford ha deciso di entrare nello spogliatoio granata in punta di piedi da un punto di vista tattico, lasciando inalterato il 4-3-3 di Mihajlovic. Tuttavia, già a partire dalla parte finale del match col Sassuolo l’allenatore livornese ha cominciato a virare verso il suo più tradizionale 3-5-2.

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La difesa a cinque schierata da Mazzarri nel finale della partita contro il Sassuolo. 

Questo sistema di gioco, rapportato alla rosa del Torino costruita per il 4-2-3-1, pone in essere la questione relativa all’utilizzo e all’eventuale collocamento in campo di giocatori esterni come Ljajic, Boyè, Berenguer e Iago Falque.  Difficile individuarne la collocazione all’interno del 3-5-2 anche se Berenguer ha già giocato da esterno di centrocampo. Potrebbe essere decisiva la capacità di questi esterni di sapersi adattare a seconde punte o a trequartisti nel caso in cui Mazzarri virasse verso un 3-5-1-1. Anche il 3-4-3/3-4-2-1 potrebbe essere una soluzione ma in questo caso si riproporrebbe il problema del centrocampo con due interni.

Vedremo quale evoluzione prenderà il Toro sotto la gestione Mazzarri nelle prossime settimane, fermo restando che il mercato potrebbe aiutare il neo-allenatore granata a modellare la squadra secondo dettami più consoni al suo tipo di gioco.

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