Com’è noto, l’Old Trafford è chiamato il teatro dei sogni. E i sogni, si sa, sono duri a morire. A Manchester, sponda rossa, si sogna ancora l’epopea di sir Alex Ferguson, quando lo United dettava legge in patria e in Europa.
A quei tempi i rivali cittadini del City erano una squadra di second’ordine e le rivalità importanti dello United erano con il Liverpool o con i club londinesi. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata molta. Da anni il primato cittadino spetta ai Citizens di Pep Guardiola.
Così, la vittoria nel derby di sabato ha assunto per i tifosi dello United un duplice significato. Da un lato infatti si è trattato di un ritorno al passato, a quando appunto a Manchester dominavano i rossi. Dall’altro si è trattato di riabbracciare quel Michael Carrick che, già protagonista in campo con i Fergie’s boys, si ritrova ora catapultato sulla tolda di comando nel ruolo di manager ad interim.
Approfittando di un City non più stratosferico come qualche stagione fa e che si è presentato a Old Trafford con una difesa comprendente i giovani Rico Lewis, Abduqodir Khusanov e Max Alleyne (ma davanti c’erano pur sempre Phil Foden, Jérémy Doku, Erling Haaland e il neoacquisto Antoine Semenyo) lo United ha sfoderato una grande prestazione, finalmente congrua alle caratteristiche dei giocatori in rosa, cioè una fatta essenzialmente di difesa e contropiede.
Il tutto all’interno di un 4-2-3-1 che, come analizzato qui, collocava i calciatori in posizioni a loro congeniali, a partire da un Bruno Fernandes riproposto nel ruolo di numero 10. E, se non fosse stato per alcuni interventi di Gianluigi Donnarumma, il punteggio finale (2-0) avrebbe potuto essere ancora più pesante per la squadra di Guardiola.
Questo risultato è stato ottenuto giocando un calcio diverso da quello che Carrick voleva al Middlesbrough, nella sua precedente esperienza da tecnico. Il Boro infatti voleva dominare il possesso mentre col City lo United ha avuto la palla soltanto per il 32% del tempo.
Ora però, dopo questo successo, in casa United si tratterà di gestire l’euforia. Soprattutto, bisognerà evitare di fare l’errore di valutare Carrick sulla base di una sola partita o dei soli risultati che il tecnico ad interim conseguirà da qui a fine stagione.
Quello che si dovrà fare sarà invece sì guardare i risultati, ma soppesare anche il processo con cui questi verranno eventualmente raggiunti. In questi giorni sui media britannici infatti si è molto parlato dell’esistenza o meno di una sorta di DNA dello United, la cui origine sarebbe databile all’inizio dell’era Ferguson.
Il fatto che uno dei suoi ex allievi sia arrivato a guidare la squadra, vincendo la partita più importante e risollevando così l’orgoglio dei tifosi, ha infatti spinto molti a vedere un matrimonio duraturo fra Carrick e lo United come l’unica soluzione possibile per tornare alle glorie del passato.
Lo stesso ragionamento venne fatto nel 2019 quando Ole Gunnar Solskjær venne prima chiamato al capezzale del Manchester in sostituzione dell’esonerato José Mourinho e, successivamente, premiato con l’assunzione dopo un bel finale di stagione.
Le cose però non andarono benissimo nei due anni successivi, anche se alla fine, a distanza di qualche tempo, la gestione del norvegese dovrebbe essere rivalutata (una finale di Europa League e un secondo posto in Premier), tenuto conto della squadra che ebbe a disposizione.
Che promuovere un interim al ruolo di tecnico in pianta stabile non sia sempre una buona idea lo dimostra anche il caso recente della Juventus con Igor Tudor. In virtù del buon finale di campionato la dirigenza bianconera l’anno scorso decise infatti di confermare il croato, salvo poi esonerarlo e sostituirlo con Luciano Spalletti durante l’attuale stagione.
Ovviamente questi due esempi non devono indurci a pensare che, di per se stessa, l’ipotesi di proseguire con Carrick dopo maggio debba essere scartata a priori. Una valutazione precisa andrà però fatta alla fine, prendendo come detto in considerazione anche altri fattori oltre ai risultati, a cominciare da come il nuovo tecnico si relazionerà con la squadra e l’ambiente.
Per essere confermato oltre questa stagione Carrick dovrà fare veramente bene sotto tutti gli aspetti, tenuto anche conto del fatto che, dopo i Mondiali, saranno teoricamente disponibili per fine contratto con le rispettive nazionali allenatori quali Carlo Ancelotti, Thomas Tuchel, Mauricio Pochettino e Julian Nagelsmann e che la dirigenza dello United, in questi mesi, avrà comunque tempo per valutare anche altri profili.

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