Cosa resta dopo Tudor

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Ci sono club dove, indipendentemente da chi sia l’allenatore, le cose vanno bene. Ce ne sono altri invece dove il tecnico può essere chiunque, anche uno importante (come Antonio Conte, José Mourinho o, per certi versi, Ange Postecoglou) e le cose continueranno comunque ad andar male.

È questo, ad esempio, il caso del Tottenham. Fuori dal campo la società è gestita bene (si pensi allo stadio), ma quanto si entra in questioni inerenti al rettangolo verde, ecco che vengono fuori le magagne.

L’ultimo caso, in ordine di tempo, è l’esonero di Igor Tudor, secondo allenatore stagionale degli Spurs dopo Thomas Frank, che lascia la squadra del nord di Londra al diciassettesimo posto in classifica, un punto appena sopra la zona retrocessione e dopo essere stata travolta in casa (0-3) nello scontro diretto col Nottingham Forest.

Dei problemi di campo riscontrati da Tudor abbiamo discusso già altre volte. Qui ci interessa analizzare la direzione che prenderà ora il club nel disperato tentativo di evitare quella che sarebbe la prima retrocessione da cinquant’anni a questa parte.

Sotto questo aspetto la cosa più preoccupante è che la scelta della nuova guida tecnica verrà affidata ancora una volta alla coppia formata dal direttore sportivo Johan Lange e dall’amministratore delegato Vinai Venkatesham, cioè esattamente i due dirigenti che, quarantaquattro giorni fa, forse anche dopo aver parlato con Fabio Paratici (ex direttore del Tottenham, nel frattempo passato alla Fiorentina) decisero di affidare le sorti degli Spurs a Tudor.

Un matrimonio che presentava delle incognite fin da subito. E questo non per le qualità del croato, quanto perché si affidava una barca già in acque tempestose a un condottiero che sì, in passato ha dimostrato di saper condurre in porto le missioni affidategli salendo sul treno in corsa (vedasi la qualificazione in Champions centrata con la Juve un anno fa), ma che non aveva alcuna esperienza di lotta retrocessione in Premier e che, per di più, è noto per il suo approccio duro, non propriamente un buon viatico per uno spogliatoio in difficoltà come quello dei londinesi.

Ma questo è il passato. Ora la questione riguarda a chi affidare la squadra per queste ultime, decisive sètte giornate di campionato

L’unico aspetto positivo al momento è rappresentato dal fatto che il Tottenham non tornerà in campo prima del prossimo 12 aprile, quando dovrà affrontare il Sunderland in trasferta.

I nomi che circolano sono tanti. Di certo, chi arriverà dovrà innanzitutto presentare un piano tattico basilare, di semplice assimilazione e applicazione da parte dei giocatori. Non è un caso che le miglior uscite sotto Tudor (contro il Liverpool e con l’Atlético Madrid in Champions) il Tottenham le abbia fornite quando il tecnico ha abbandonato il velleitario assetto 3-4-1-2 (e sue variabili) per tornare ad un 4-4-2 senza fronzoli, basato su palle lunghe e calci piazzati.

Insomma, non è tempo per Roberto De Zerbi (che pare comunque aver rifiutato e che i tifosi non vogliono). Già il fatto che si sia pensato all’italiano in questo particolare frangente (ammesso che sia andata davvero così) fa ulteriormente dubitare del fatto che Lange e Venkatesham abbiano capito la gravità della situazione.

Per quanto riguarda invece Tudor, dispiace che questa avventura lo porterà ora a essere ricordato insieme ai vari Frank de Boer (Crystal Palace) o Les Reed (Charlton Athletic) per la brevità e l’inconsistenza del suo mandato, quando invece il croato è allenatore di livello più alto.

Si torna però all’inizio: al Tottenham in questi anni funziona tutto, fino a quando non si entra nella parte squisitamente tecnica. Un problema non da poco per una società sportiva.

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