Foto: IMAGO / Shutterstock
Il Manchester United ha deciso di affidarsi per il resto della stagione alla conduzione tecnica di Michael Carrick. Si tratta di un ritorno visto che l’ex centrocampista inglese è stato a Old Trafford sia da giocatore che da assistente allenatore durante la gestione di Ralf Rangnick.
Darren Fletcher, dopo un breve interregno, è dunque tornato all’Under-18 mentre i suoi ex assistenti Jonny Evans e Travis Binnion sono rimasti in prima squadra a lavorare con Carrick e con i due nuovi componenti dello staff, Steve Holland (ex aiuto di Gareth Southgate in nazionale) e Jonathan Woodgate.
Per la sua prima uscita, Carrick si è dovuto confrontare con un vero e proprio battesimo del fuoco: nientedimeno che il derby cittadino, il numero centonovantotto della storia fra i due club di Manchester.
La prima cosa che il nuovo allenatore ha cercato di fare è stata, ovviamente, quella di dare un’identità tattica alla squadra. Mostrandosi più flessibile di Rúben Amorim (e anche di se stesso visto che, come fatto notare dai media inglesi, la precedente esperienza di Carrick come allenatore al Middlesbrough, dopo un inizio promettente è deragliata proprio per la reticenza del quarantaquattrenne tecnico a rinunciare al suo calcio fatto di possesso) l’ex centrocampista dello United ha abbandonato abbandonare il tanto vituperato (e mai digerito dalla squadra) 3-4-3 utilizzato dal suo predecessore, mandando in campo la sua squadra con un 4-2-3-1 che ha previsto cinque cambi rispetto agli undici a cui ci aveva abituato Amorim.
Dentro dunque Amad Diallo come attaccante destro, con Bryan Mbeumo centravanti e Bruno Fernandes ricollocato da numero 10, in una posizione a lui più congeniale rispetto a quella da secondo no. 6 che aveva interpretato con Amorim.
Al centro della difesa a quattro venivano collocati Harry Maguire e Lisandro Martínez, con Diogo Dalot e Luke Shaw terzini mentre in mediana veniva ripescato Kobbie Mainoo accanto al brasiliano Casemiro. In panchina Matheus Cunha, Benjamin Šeško e Manuel Ugarte.
Soprattutto, a cambiar pelle era il modo di giocare dello United. Abbandonate le velleità amorimiane di voler dettare il contesto tramite il possesso, Carrick saggiamente chiedeva ai suoi di giocare un calcio più funzionale alle caratteristiche degli uomini a disposizione, cioè uno fatto di difesa e contropiede.
Che lo United potesse difendersi in avanti (come spesso fatto nel corso del primo tempo) o che fosse costretto ad abbassarsi a causa del palleggio del City (come accaduto nella ripresa), l’idea era quella, una volta entrati in possesso della sfera, di scatenare in profondità i vari Mbeumo, Diallo, Fernandes e Patrick Dorgu, quest’ultimo ad agire da attaccante di sinistra.
Uno United quindi con tutti i suoi calciatori collaborativi in fase difensiva, pronti poi a giocare in transizione o con contropiedi lunghi, così come avrebbe probabilmente deciso di fare anche Ole Gunnar Solskjær, a lungo in corsa come alternativa a Carrick per tornare a Old Trafford, là dove aveva già messo in mostra questo tipo di calcio durante la sua esperienza come tecnico.
Questo atteggiamento non precludeva ai padroni di casa la possibilità di imbastire azioni più manovrate quando se n’è presentata l’occasione. Ma, soprattutto, questa strategia approfittava dei ben noti problemi del City nel gestire i ribaltamenti di campo.
Pep Guardiola ha cercato di controllare la gara mandando Rico Lewis ad aiutare centralmente Rodri in possesso e affidandosi poi a Jérémy Doku ePhil Foden per provare a penetrare il 4-4-2 con cui difendeva lo United.
Tutto inutile. Il City infatti offensivamente non ha prodotto nulla, non riuscendo nemmeno a servire adeguatamente un Erling Haaland ridotto ad appena 14 palloni toccati in tutta la partita, due soli dei quali dentro l’area avversaria (dati Opta). Il norvegese ha sofferto l’attenta marcatura fisica di Maguire, simile a quelle montate su di lui da Francesco Acerbi nei recenti confronti di Champions fra City e Inter.
Che il pomeriggio sarebbe stato lungo per loro i Citizens lo hanno capito subito: nel giro di pochi minuti dal fischio d’inizio infatti lo United ha colpito una traversa su azione da calcio d’angolo con Maguire mentre, a stretto giro di posta, Dorgu costringeva Gianluigi Donnarumma ad una grande parata.
Buon per la squadra di Guardiola che, a funzionare, c’era il già citato Donnarumma (nella ripresa effettuerà altre parate straordinarie) e la linea alta, con lo United finito quattro volte in fuorigioco nella prima frazione, comprese le due occasioni che hanno visto annullare le reti di Diallo e Fernandes.
Nulla però ha potuto il City sul contropiede vincente di Mbeumo che ha aperto le segnature e sul raddoppio di rapina di Dorgu.
Al di là delle questioni relative al fatto che il City avesse una panchina corta e fosse a corto anche di fiato («ha vinto la squadra migliore. Sono stati superiori. Quando una squadra è migliore bisogna accettarlo. Avevano un’energia che noi non avevamo, quindi complimenti a loro» ha dichiarato Guardiola ai microfoni di Sky Sports dopo la gara) gli ospiti sono stati ben poca cosa in avanti.
Non a caso Guardiola ha via via fatto uscire Foden, Doku e anche Haaland, segno evidente che non fosse soddisfatto di quanto visto nelle trequarti offensiva. Fortunatamente per il City, in serata l’Arsenla non è andata oltre il pareggio (0-0) contro il Nottingham Forest.
Per quanto riguarda invece lo United, non poteva partire in modo migliore l’avventura di Carrick. Ora però, come fatto notare da Roy Keane, bisognerà vedere come proseguirà, soprattutto quando il Manchester sarà chiamato a dover fare la partita.


Lascia un commento