Alla fine è successo. Quattordici mesi dopo essere stato nominato head coach, Rúben Amorim è stato licenziato dalManchester United. Il tecnico portoghese lascia dopo quella che si può considerare una vera e propria guerra intestina sui rispettivi ruoli all’interno del club, là dove Amorim voleva avere più voce in capitolo, a dispetto di una struttura costruita intorno al director of football, Jason Wilcox e al chief executive Omar Berrada, ai quali invece l’allenatore aveva detto di ‹‹fare il loro lavoro›› nella bizzarra conferenza tenuta dallo stesso Amorim dopo la partita pareggiata (1-1) col Leeds.
Il rifiuto di adattarsi all’organizzazione interna ha fatto il paio con una situazione preoccupante dal punto di vista dei risultati, col tecnico di Lisbona che ha vinto soltanto 24 delle 63 partite disputate alla guida del Manchester, postando così la peggior percentuale di vittorie (38.1%) fra tutti gli allenatori che si sono succeduti alla guida della squadra dopo il ritiro di Sir Alex Ferguson, a eccezione di Ralf Rangnick (37.9%), che però è rimasto a Old Trafford appena mezza stagione ad interim.
Tutto ciò, nonostante i £230 milioni spesi nella campagna acquisti estiva dalla società inglese. Soldi investiti soprattutto per rinforzare il reparto offensivo dello United, ma con modesti risultati.
Benjamin Sesko, pagato £74 milioni all’RB Lipsia, ha riscontrato le stesse difficoltà di adattamento che, prima di lui, aveva trovato anche Rasmus Højlund (ora in prestito al Napoli), con appena due reti realizzate in 16 presenze. Matheus Cunha, prelevato dal Wolverhampton per £62.5 milioni, è partito piano in stagione e, nonostante alcune buone prestazioni, deve ancora trovare una precisa collocazione in campo.
L’unico acquisto in attacco che abbia avuto un discreto impatto resta quindi Bryan Mbeumo, arrivato dal Brentford per £71 milioni. Agendo da attaccante di destra Mbeumo ha fornito imprevedibilità alla fase di possesso dello United, anche se la sua partenza per giocare la coppa d’Africa col Camerun ha creato nelle scorse settimane un vuoto.
Al di là delle difficoltà offensive di una squadra che ha fino a ora ha comunque segnato 34 reti in Premier (terzo attacco del torneo), a preoccupare è soprattutto la tenuta difensiva, con lo United che ha concesso ben 30 gol in questo campionato e un totale di 72 nelle 47 partite disputate con Amorim in panchina.
Questi problemi sono figli anche di un sistema di gioco che la squadra non ha mai digerito completamente. Eppure Amorim ha voluto pervicacemente restare fedele a quel 3-4-3 che lo aveva portato a vincere due campionati portoghese alla guida dello Sporting Lisbona, che non centrava un titolo di Primeira Liga da diciannove anni.
Proprio il tema relativo al modulo ha rappresentato un altro motivo di frizione fra la dirigenza e il tecnico. Sembra infatti che Amorim puntasse a un mercato di gennaio costruito su misura per dare continuità al 3-4-3, mentre, al contrario, Wilcox e Berrada avrebbero preferito orientare le operazioni verso un progressivo allontanamento da quel sistema.
Eppure proprio contro il Newcastle, non più tardi di una settimana fa, il Manchester si era imposto (1-0) adottando una difesa a quattro con Diogo Dalot e Luke Shaw terzini e con Lisandro Martínez e il giovane Ayden Heaven centrali.
Dopo aver replicato lo stesso allineamento difensivo, con gli stessi uomini, nel turno successivo contro il derelitto Wolverhampton ultimo in classifica (senza andare oltre il pareggio) Amorim è poi tornato su suoi passi nella già citata sfida col Leeds, (non prima di un acceso diverbio con Wilcox, secondo quanto riportato dal Telegraph).
«Non posso cambiare, perché i giocatori capirebbero che sto cambiando a causa vostra», ha dichiarato ai giornalisti prima della partita con i Wolves. D’altra parte, Amorim è il tecnico che lo scorso settembre, a una domanda sempre relativa alla possibilità di cambiare modulo, rispose che ‹‹nessuno. Nemmeno il Papa mi farà cambiare. Questo è il mio lavoro. Questa è la mia responsabilità. La mia vita. Quindi non lo cambierò››.
Proprio l’insistenza di Amorim sul 3-4-3 (in parte comprensibile, visto che con questo modulo ha vinto e si è fatto notare in Portogallo) avrebbe convinto in passato il Liverpool a rinunciare al quarantenne lusitano per la successione a Jürgen Klopp, finendo così per virare su Arne Slot.
A quanto scritto si aggiunga poi il problema della collocazione sul terreno di gioco di alcuni elementi. Patrick Dorgu, il primo acquisto scelto con un metodo data driven da Ineos lo scorso gennaio (prelevato per £29 milioni dal Lecce) non si è mai imposto nel ruolo di quinto di centrocampo, trovando soltanto ultimamente una posizion a lui più congeniale come attaccante di destra. Noussair Mazraoui è più un terzino che un quinto
Bruno Fernandes, il leader tecnico della squadra, è stato spostato da Amorim in mediana, per agire da numero 6. Così facendo lo United ha guadagnato in fluidità della manovra, ma ha perso in efficienza difensiva. La scelta poi di schierare Casemiro o Manuel Ugarte accanto al connazionale in mediana ha ulteriormente alienato ad Amorim le simpatie dei tifosi, che avrebbero voluto più spazio per Kobbie Mainoo, prodotto dell’Academy.
Insomma, con Amorim la squadra non ha mai avuto un’identità chiara, alternando brutte prestazioni (per la maggior parte) a qualche buon partita.
Oltre allo schema però c’è da registrare, in questi mesi di Amorim a Old Trafford, una generale incomprensione del modo in cui questo è stato interpretato. Arrivato in Inghilterra infatti l’ex allenatore dello Sporting aveva dichiarato di voler praticare un modello di gioco proattivo, fondato su un costante possesso palla.
In realtà, nel tempo, lo United è riuscito a fornire alcune delle sue prestazioni migliori giocando un calcio reattivo, fatto di difesa e contropiede. Alla fine quindi, pur passando gli anni e cambiando le rose, il Manchester sembra essere più efficace praticando quello stile che veniva impiegato ai tempi in cui sulla panchina dello United sedeva il tanto vituperato Ole Gunnar Solskjær e che i tifosi hanno sempre criticato.
E così, anche se non tutte le colpe possono essere attribuite al tecnico, il Manchester si ritrova ora a dover cercare il settimo allenatore (esclusi gli interim) da quando Ferguson ha lasciato Old Trafford nel 2013, dopo ventisei anni e mezzo.


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