Ricominciamo?

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Foto: IMAGO / MIS

È andata com’è andata
La fortuna è di incontrarti ancora

Lo sciame festante di tifosi nerazzurri che ha pacificamente invaso le strade di Monaco di Baviera, defluisce tristemente verso l’aeroporto e la stazione della città bavarese. Il sogno è finito (ancora una volta), si deve tornare alla triste realtà. Una realtà che parla di una Inter bravissima ad arrivare fino ad una finale inattesa ma, al termine del viaggio, nuovamente battuta da una squadra più forte, espressione di un fondo di uno Stato sovrano. Come due anni fa il Manchester City, così oggi il Psg. In maniera più roboante stavolta, con un inaudito 5-0 che lascia poco spazio alle recriminazioni. Per molti versi, una riedizione di Milan – Steaua 4-0 del 1989 o forse peggio.

Nel calcio (come nella vita) ci vuole anche buona sorte: una parata di Thibaut Courtois, un gol all’ultimo secondo di Sergio Ramos, un fallo non fatto da Robert Lewandowski che consente il ribaltamento di fronte da cui scaturisce il gol di Acerbi…  

Ma non sempre va così. Uno dei fattori pronosticati alla vigilia come possibile chiave tattica dell’incontro si è poi rivelato decisivo. Parliamo della sfida fra la costruzione dell’Inter e il pressing del Psg. I parigini, sotto Luis Enrique, sono diventati una macchina da riconquista palla in zone alte di campo.  Di contro l’Inter è una delle migliori formazioni d’Europa quando si tratta di costruire e manipolare il sistema difensivo uomo su uomo degli avversari, sia giocando sul corto che andando sul lungo.

A Monaco però il pressing parigino ha avuto la meglio. L’azione dei francesi è stata soverchiante, guidata da un Ousmane Dembélé in stato di grazia, piegato sulle gambe come un centometrista ogni volta che stava per iniziare la pressione. Kylian Mbappé è andato via da Parigi non volendo saperne di fare pressing. Dembélé è rimasto e ha vinto la Champions.

L’azione della squadra di Luis Enrique è stata continua per tutto l’arco della gara. Contrariamente a quello che succede in queste situazioni, Lucho ha istruito i suoi giocatori per andare a premere forte anche su Yann Sommer. E infatti il portiere svizzero, solitamente preciso con i piedi, ha avuto molte difficoltà nel trovare linee di passaggio utili a iniziare la risalita del campo dei suoi, con l’Inter che non riusciva sfruttare nemmeno l’undici contro dieci in termini di giocatori di movimento dato che Dembélé lo pressava con la giusta postura diagonale del corpo, mettendo in ombra la linea di passaggio alle sue spalle.

«Ho messo moltissima pressione su Yann Sommer per non lasciargli il tempo di rinviare, così abbiamo recuperato dei palloni», ha detto Dembélé dopo la partita parlando a Canal+.

Quando poi i nerazzurri provavano a uscire direttamente su Marcus Thuram e Lautaro Martínez, questi ultimi due venivano regolarmente sovrastati da Marquinhos e Willian Pacho. Il centrocampo francese (Vitinha, Fabián Ruiz e João Neves) era poi abile a recuperare le seconde palle e a pulirle per far ricominciare quella sorta di attacco continuato che è stata la fase offensiva del Psg nel primo tempo.

A far venire il mal di testa a Inzaghi però non è stata soltanto la fase difensiva del Psg. In attacco si è verificato ancora quello che aveva preparato Luis Enrique. La situazione di partenza era un 4-3-3 senza centravanti contro un 5-3-2 in blocco basso e particolarmente passivo, costruito al fine di coprire gli spazi ed evitare di essere portati fuori posizione dai movimenti avversari. Un approccio che non ha funzionato. Le chiavi di volta dei francesi sono state le rotazioni.

La continua fluidità, gli scambi di posizione, le associazioni tecniche create occupando razionalmente ma dinamicamente gli spazi nel 3-2-5 con cui i transalpini sviluppavano hanno finito per mandare in cortocircuito il sistema difensivo interista.

Una delle strutture offensive presentate in finale dal Psg.

Dembélé, il falso nueve transalpino, ha toccato 50 palloni in base ai dati Fbref, ma solo 5 in area nerazzurra. Tuttavia, senza nemmeno aver bisogno di dribblare un solo giocatore, col suo solo movimento, specialmente quello ad aprirsi sul mezzo spazio destro, il numero 10 del Psg ha contribuito a non dare punti di riferimento ai marcatori centrali dell’Inter, oltre che a mandare in tilt Federico Dimarco, già alle prese con l’imprendibile Désiré Doué.

Forse la squadra di Inzaghi non aveva le forze per fare una partita diversa da quella di provare a contenere le sfuriate francesi e, quando in possesso, provare a muovere palla per arrivare ai due riferimenti avanzati. Probabilmente però avrebbe potuto e dovuto fare di più, a partire dallo sfruttare meglio i calci piazzati avuti a disposizione (angoli, punizioni e falli laterali). Alla fine quindi l’Inter è stata totalmente dominata in tutti gli aspetti del gioco.

E così Doué, Dembélé e Khvicha Kvaratskhelia sono arrivati là dove, prima di loro, non c’erano riusciti Zlatan Ibrahimović, Lionel Messi, Neymar e Mbappé, vale a dire sul tetto d’Europa. Lo stesso dicasi per Luis Enrique, che ha realizzato il sogno della QSI di vincere una Champions, facendo quello che non furono in grado di fare i vari Carlo Ancelotti, Laurent Blanc, Unai Emery, Thomas Tuchel, Mauricio Pochettino e Christophe Galtier.

E l’Inter? Difficile dire cosa accadrà in casa nerazzurra. Inzaghi e la società dovranno parlarsi, col tecnico che ha ricevuto una ricca offerta dall’Arabia Saudita. Fra poco inizierà il Mondiale per club e non c’è molto tempo per decidere.

Oaktree Capital ha possibilità di investire e probabilmente lo farà comprando profili più giovani. Il Psg ha fatto vedere che è un modello che può essere vincente. Inoltre l’Inter attuale ha in rosa giocatori che sembrano giunti a fine ciclo, come Francesco Acerbi (37 anni) o Henrikh Mkhitaryan (36). 

Qualora le strade fra tecnico e club dovessero separarsi, Giuseppe Marotta dovrà essere abile a trovare il profilo giusto per avviare il nuovo progetto. E, contestualmente, verrebbe il tempo di tiare un bilancio dell’esperienza nerazzurra di Inzaghi. Se invece il rapporto dovesse proseguire, la società dovrà garantire al tecnico i rinforzi adatti per continuare a essere competitiva in Europa e per riprovare a vincere lo scudetto, sfuggito quest’anno per un punto.  Proseguire insieme o no? Per Inzaghi e per l’Inter i prossimi saranno giorni di scelte non facili.

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