Forse i numeri non dicono tutto di una partita ma, di certo, dicono molto. E quelli prodotti da Tottenham e Manchester United nella finale di Europa League, in questo senso, sono particolarmente interessanti.
Per Fbref parliamo del 28% di possesso palla per gli Spurs, di un tiro in porta su tre totali tentati (contro i cinque su sedici dei rivali di serata), del 61% di passaggi riusciti. C’è chi ha descritto questa come una prestazione alla Mourinho, pensando soprattutto ad una ripresa nella quale il Tottenham non ha creato letteralmente niente e si essenzialmente difeso nella propria area di rigore. Altri hanno invece paragonato la sfida di Bilbao ad una partita da vecchia Premier League.
Quest’ultimo giudizio è corretto, a patto di risalire alla primissima era della Premier, quella degli inizi degli anni Novanta, se non addirittura all’epoca della First Division. Gli ingredienti ci sono stati tutti: ritmo, agonismo (nei primissimi minuti ci sono stati quasi più contrasti che passaggi), errori tecnici e palloni volanti.
La sfera infatti (peccato non fosse la storica Mitre) ha passato più tempo in area che sul terreno di gioco. Se solo il Tottenham avesse prodotto gli stessi cross tentati dallo United (30 secondo SofaScore) avremmo avuto il pacchetto completo di un tradizionale Wimbledon – QPR dei bei tempi andati.
Costruzione dal basso non se n’è vista. Dribbling? Appena quattordici totali fra le due squadre in base al report di Sics. Anche se Rúben Amorim aveva preparato la gara per imporre un modello di calcio posizionale, presentando un 3-4-2-1 fluido (con Patrick Dorgu alto a sinistra, Luke Shaw ad agire da terzino in fase di sviluppo e con Amad Diallo e Noussair Mazraoui che si dividevano corsia esterna e mezzo spazio a destra), alla fine lo United ha chiuso sperando nelle giocate individuali di Alejandro Garnacho (entrato a venti minuti dal termine) o in un colpo di testa di Harry Maguire posizionato da centravanti aggiunto. E cosa c’è di più old style che un difensore inglese mandato a saltare in area come un attaccante?
Da parte sua Ange Postecoglou è partito con un 4-2-3-1 che vedeva Rodrigo Bentancur appaiato a Yves Bissouma in mezzo al campo con Pape Matar Sarr a ridosso di Dominic Solanke e con il brasiliano Richarlison (probabilmente il migliore in campo) largo a sinistra al posto di Son Heung-min. Nella seconda parte di gara il tecnico australiano ha però inserito un quinto difensore passando ad un ultra-difensivo 5-4-1 per reggere gli assalti del Manchester.
Tutto ciò dopo aver iniziato a perdere tempo ad ogni occasione utile fin da inizio ripresa. Ad aiutare la resistenza del fortino degli Spurs ha provveduto anche la serata storta del Manchester sui calci piazzati, spesso provvidenziali nel corso della stagione per una squadra che ha fatto fatica a trovare la via del gol.
Non è dunque servita l’abilità di Bruno Fernandes nel calciare le palle ferme. Il portoghese, principale artefice della qualificazione del Manchester alla finale e miglior giocatore visto a Old Trafford in questa disastrata stagione, è mancato proprio nell’appuntamento clou, perdendo alcuni palloni sanguinosi (come quello dal quale è scaturito il gol vittoria del Tottenham).
Arretrato in mediana accanto a Casemiro (per agevolare costruzione e sviluppo della squadra e coprire le spalle a Mason Mount e Diallo), al San Mamés Fernandes è stato ben controllato da Bissouma, risultando inefficace.
Con Fernandes fuori partita, lo United non è in grado di produrre nulla di rilevante a livello offensivo. Postecoglou lo sapeva bene e ha provveduto di conseguenza. Amorim, oltre a inserire prima Garnacho, nel secondo tempo avrebbe dovuto alzare il portoghese. Così non è stato e, anche per questo, la coppa è finita nel nord di Londra.

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