Oh it’s such a perfect day

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Foto: IMAGO / IPS

Sovvertendo ogni pronostico della vigilia, il Crystal Palace è riuscito nell’impresa di conquistare l’FA Cup. Al loro terzo tentativo dopo le finali perse nel 1990 e nel 2016 (entrambe contro il Manchester United) le Eagles sono riuscite a portare a casa il primo trofeo importante nella storia del club di Selhurst Park.

E lo hanno fatto dopo aver superato un Manchester City che, vincendo il trofeo, avrebbe dato un minimo di senso ad una stagione che invece ora si consegna alla storia come una delle peggiori di Pep Guardiola, col catalano all’asciutto di vittorie in una singola annata per la prima volta dal 2016-17 (suo primo anno in Inghilterra).

È chiaro che la partita è stata condizionata dall’evidente errore del VAR che non ha espulso il portiere del Palace, Dean Henderson, intervenuto di pugno fuori area per salvare su Erling Haaland lanciato a rete.

Il mancato cartellino rosso ha così tenuto in campo il numero 1 londinese, risultato poi il grande protagonista del pomeriggio di Wembley in virtù non soltanto del rigore parato a Omar Marmoush ma anche per tutta un’altra serie di interventi che hanno impedito ai Citizens di trovare la via della rete.

Rete che, invece, è stata trovata dal Crystal Palace con Eberechi Eze al termine di un’azione che ha visto la squadra di Oliver Glasner superare il pressing avversario e arrivare poi ad attaccare in campo aperto.

Dal punto di vista tattico la partita si è sviluppata come atteso, col City a cercare di dettare il contesto e a controllare la gara tramite il possesso. Non a caso, in base ai dati Opta, la squadra di Guardiola ha avuto la disponibilità del pallone per il 78.3% del tempo, dato che era arrivato addirittura all’88.3% durante i primi quindi minuti di partita.

Detto delle prodezze di Henderson e di un risultato ingeneroso per quanto visto sul campo, il City può comunque fare mea culpa per tutta una serie di errori che hanno contribuito a consegnare il trofeo al Palace. Il primo ovviamente riguarda il rigore fallito da Marmoush. E questo non tanto per il modo in cui è stato calciato (l’egiziano ha tirato forte e angolato ma ha trovato un portiere specialista nel parare i rigori e che, anche questa volta, ha battezzato correttamente il lato dove tuffarsi) quanto invece per la scelta del tiratore.

Lo stesso Guardiola è parso meravigliato del fatto che a calciare dagli undici metri sia stato il suo numero 7. «Hanno deciso loro in campo» ha detto il catalano nel post gara.

«Non lo so. Non ne ho parlato con loro. Pensavo che volesse tirarlo lui [Haaland]. Sono cose che spettano a loro. In quel momento, per il calcio di punizione, per il rigore, conta la sensazione e come si sentono. Hanno deciso che Omar fosse pronto a calciarlo. Henderson ha fatto una bella parata». L’opzione Marmoush non ha funzionato e il City ha così perso una grande occasione per segnare.

A questo si aggiunga però anche il modo in cui Guardiola ha preparato e interpretato la sfida. Rispetto alla partita vinta in Premier contro lo stesso avversario (5-2) un mesetto fa l’ex allenatore del Barcellona ha infatti cambiato approccio.

In quella occasione, senza l’infortunato Haaland, Guardiola utilizzò quel 4-2-2-2 che ha caratterizzato l’ultima parte di questa stagione. In questo senso, a centrocampo vennero schierati Mateo Kovačić e lo spagnolo Nico González dietro due trequartisti e due punte, con i terzini Nico O’Reilly e Rico Lewis a dare ampiezza. Nella stessa partita Pep abbandonò per la prima volta nell’anno i suoi classici terzini invertiti per abbracciare invece una soluzione con la coppia di laterali aperti.

Di fronte al consueto 5-4-1 utilizzato da Glasner per affrontare il Manchester invece a Wembley Guardiola ha optato per un ritorno all’antico, chiedendo a O’Reilly di accompagnare centralmente Bernardo Silva e Kevin De Bruyne e lasciando Jérémy Doku e Savinho larghi in fascia.  Un centrocampo così formato ha consentito al Manchester di mantenere il controllo della gara ma si è rivelato inefficace nel contenere le ripartenze orchestrate dal Palace.  

Con il centro occupato dai giocatori del Palace l’idea di Guardiola di aggirare il blocco difensivo avversario aveva senso. Solo che Savinho e, soprattutto, Doku (l’incaricato numero uno della strategia di sfondare lateralmente) erano spesso preda dei raddoppi della squadra di Glasner, non ricevendo nessun aiuto da eventuali esterni bassi pronti a sovrapporsi. Guardiola ha fatto ancora una volta overthinking? Difficile dirlo. Di certo la squadra ha creato anche se, alla fine, le decisioni di cui sopra hanno contribuito (insieme alle parate di Henderson) a tenere vivo il Palace.

A cambiare l’inerzia della sfida e a superare Henderson non sono bastati nemmeno i cambi operati da Guardiola, che ha mandato via via in campo anche Phil Foden, il diciannovenne argentino Claudio Jeremías Echeverri e Ilkay Gündogan. Tutto inutile.

E così il trofeo va al Palace. Per i londinesi si tratta del coronamento di un’ottima annata e del bel lavoro svolto da Glasner, il tecnico tedesco chiamato un anno fa a risollevare le sorti delle Eagles. Grazie a questo successo il Palace nella prossima stagione giocherà in Europa League.

Per quanto riguarda il City, Guardiola ora aspetta l’ultima di campionato contro il Bournemouth per ufficializzare una qualificazione alla prossima Champions che, ad un certo punto, sembrava impossibile da raggiungere. Il nervosismo palesato dall’allenatore spagnolo al termine dell’incontro (prima lamentandosi con Henderson della mancata espulsione e poi, a quanto risulta, discutendo nello spogliatoio con Paddy McCarthy, membro dello staff di Glasner) rende bene l’idea di come i Citizens vogliano archiviare in fretta questa stagione.

E, in vista della prossima e sanzioni permettendo, n casa City si annuncia una vera e propria rivoluzione con molti dei protagonisti di queste ultime annate che sembrano destinati a lasciare l’Etihad Stadium. A partire ovviamente da De Buyne, il cui addio è stato già annunciato da tempo.

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