C’è un volto triste nella macchina funzionante che Adi Hütter ha costruito a Monaco ed è quello di Aleksandr Golovin. I ripetuti infortuni hanno infatti messo da parte il russo, in passato elemento chiave della squadra del Principato.
In realtà i problemi fisici hanno contrassegnato l’intera esperienza del ragazzo di Kaltan a Monaco, fin dal momento del suo arrivo nel 2018. Le cose sono però migliorate nella stagione 2022-23, con l’arrivo sulla panchina monegasca di Philippe Clement. Anche se quella stagione fu complessivamente negativa (con una mancata qualificazione alle coppe europee che portò all’esonero del belga) Golovin, con continuità d’impiego, ebbe a realizzare un campionato da otto reti segnate.
La stagione scorsa poi (la prima di Hütter) ecco altre 6 reti e, soprattutto, una rinnovata centralità nel nuovo progetto tecnico del club. Le attese per questo campionato erano dunque legittimamente alte. Invece vari contrattempi fisici hanno riportato Golovin al punto di partenza. Col risultato di mettere in dubbio la sua permanenza a Monaco oltre la prossima estate.
Sui media francesi infatti si parla già della volontà del giocatore di tornare in Russia. E questo nonostante il recente rinnovo di contratto (fino al 2029) firmato da Golovin col club. Secondo L’Équipe lo Zénith San Pietroburgo sarebbe disposto a versare €30 milioni nelle casse della società del Principato per riportare in Russia il capitano della nazionale.
Il 4-4-2 di Hütter poi funziona bene anche senza Golovin, con Breel Embolo e la sorpresa Mika Biereth in avanti e con Maghnes Akliouche e Takumi Minamino a supporto. Il Monaco ha quindi trovato un equilibrio che rende meno drammatica l’assenza di Golovin e che, anzi, potrebbe convincere il club a lasciarlo partire senza troppi rimpianti.
Da febbraio i ripetuti problemi alla caviglia hanno ulteriormente contrassegnato l’annata del russo. Tanto è vero che, dopo essere uscito nell’intervallo della sfida con l’Auxerre e dopo aver giocato contro Psg e Benfica, Golovin era rimasto fermo ai box fino alla gara dello scorso 29 marzo contro il Nizza (per 6 minuti), per poi tornare in squadra soltanto il 5 aprile per appena nove minuti col Brest.
Qualora l’esperienza francese del ventinovenne Golovin dovesse chiudersi quest’anno, si potrebbe parlare di occasione perduta. E questo perché, se non fosse stato per i tanti guai fisici, il russo avrebbe potuto avere un impatto ancora maggiore in un campionato importante come la Ligue 1. Non è la prima volta che, uscendo dai confini nazionali, i giocatori russi fanno fatica a imporsi. Anche se non sono più i tempi della cortina di ferro e dell’Unione Sovietica di Oleksandr Zavarov, i calciatori provenienti da quelle latitudini hanno (quasi) sempre fatto fatica nei paesi occidentali.
Le eccezioni, appunto, sono rimaste tali. Pensiamo a Igor Shalimov e Igor Kolyvanov, passati per l’Italia con discreto successo negli anni ’90, o agli ex Celta Vigo Aleksandr Mostovoj e Valerij Karpin, che riuscirono a imporsi nella Liga. Ma si tratta di episodi isolati. La regola generale racconta invece di talenti che, per un motivo o per l’altro, non sono riusciti a lasciare il segno fuori dai confini russi.
Golovin rappresentava una speranza concreta di inversione di tendenza. Dopo un ottimo Mondiale disputato in casa nel 2018 (torneo che gli valse appunto la chiamata del Monaco) era lecito aspettarsi da lui una crescita continua, la consacrazione in un grande club, magari anche un futuro da leader in Premier League o Liga. Ma le sue caviglie non hanno retto il peso di quelle aspettative. Anche altri nomi promettenti di quella Russia 2018 hanno avuto percorsi simili: Aleksej Mirančuk, tra alti e bassi in Italia, o Jurij Žirkov, passato dal Chelsea senza lasciare tracce.
Sul perché di queste difficoltà esiste una vasta letteratura, facilmente reperibile in rete. Alcuni parlano di un problema generazionale: la mancanza di modelli forti che abbiano tracciato percorsi vincenti in Europa, la scarsa competitività della Premier Liga russa, ma anche un certo isolamento culturale che, nonostante la globalizzazione, continua a esistere nel calcio.
L’assenza da tornei internazionali, poi, ha ulteriormente frenato la visibilità e la crescita dei giocatori russi. E oggi, in un contesto segnato da tensioni geopolitiche, la distanza tra il calcio russo e quello europeo si sta allargando ancora.
Golovin resta dunque un simbolo di questa dicotomia: talento puro, visione di gioco, carisma, ma anche fragilità, isolamento e, alla fine, la sensazione che qualcosa sia andato irrimediabilmente perduto.
Se Golovin dovesse davvero fare ritorno a casa non sarebbe un fallimento, ma una scelta comprensibile. Sarebbe l’ammissione di un ciclo che non ha dato i frutti sperati, nonostante il talento e l’impegno. Ma per il calcio europeo resterà il rammarico per ciò che avrebbe potuto essere: un centrocampista moderno, elegante e decisivo, rimasto a metà del guado tra il potenziale e la piena realizzazione.
E in un’epoca in cui tutto è accelerato (carriere, giudizi, mercato) la storia di Golovin ci ricorda che nel calcio, come nella vita, a volte non basta il talento. Servono anche fortuna, contesto e salute. E quando uno di questi elementi manca, anche la macchina più promettente può incepparsi. Magari con un volto triste, seduto in panchina, a guardare la squadra che corre senza di lui.

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