Cosa ci ha detto la sconfitta del Napoli a Como

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Foto: IMAGO / Nicolo Campo

Ok Kvaratskhelia. Basta però la cessione a gennaio del georgiano al Psg per giustificare il momento del Napoli?

In questo febbraio piovoso la squadra di Antonio Conte pare essersi inceppata: tre punti (figli di altrettanti pareggi) ai quali ha fatto seguito la caduta di Como. Crisi è una parola troppo grossa, ma sicuramente un campanello d’allarme c’è. Soprattutto, la sensazione data dalle varie conferenze pre e post partita nell’ultimo mese è quella di una scollatura creatasi fra il tecnico e l’ambiente napoletano. Conte lo ha detto più volte, apertamente o fra le righe poco importa: qualora il Napoli vincesse lo scudetto, si tratterebbe di un vero e proprio miracolo sportivo. E anche se il Napoli fosse competitivo fino all’ultimo si dovrebbe gridare all’impresa. Miracolo e impresa che avrebbero, ça va sans dire, un unico artefice, vale a dire Conte medesimo.

Venendo al terreno di gioco, il tecnico salentino mette in campo la sua classica ricetta, spesso in passato vincente, che consta nell’utilizzo di un undici titolare ben definito, con pochi giocatori come alternative e sostituzioni che solitamente vengono fatte in gara non prima dell’ora di gioco. Anche il sistema tattico e il modello di gioco, dopo un periodo nel quale Conte aveva abbracciato la difesa a quattro e una interpretazione fluida del gioco (si pensi ai terzini mossi come mezzali in fase di possesso), è presto tornato al tradizionalmente contiano 3-5-2 con due attaccanti vicini e pronti a dialogare fra loro, supportati da mezzali di inserimento. Niente di nuovo insomma, la classica coperta di Linus dell’allenatore.

A difesa dell’operato di Conte (seppur qualcuno volesse contestare il lavoro fatto da un tecnico che ha ereditato una squadra derelitta e l’ha riportata a essere protagonista in campionato) c’è da dire che il mercato, sia estivo che invernale, non ha certo riempito i buchi che mancano in organico, men che meno rinforzato la squadra.

Come possono essere definiti gli arrivi dei vari Okafor, Billing (comunque decente a Como), Scuffet e Hasa se non dei palliativi utili al massimo ad allungare la panchina?

Una mancanza di soluzioni vista anche in riva al lago. Dove, tra l’altro, il Napoli ha disputato un buon primo tempo. Almeno per quanto riguarda la fase di non possesso. Il Como infatti ha trovato notevoli (e straordinarie per gli standard della squadra di Cesc Fàbregas) difficoltà nel muovere palla in avanti e nel guadagnare campo contro il 3-5-2 preparato da un Conte ancora una volta eccezionale quando si tratta di organizzare il piano partita.

Il Napoli a Como è stato molto aggressivo nella prima parte di gara.

Quando poi i partenopei entravano in possesso del pallone (anche su riconquiste in zone più basse di campo) la prerogativa era quella di agire in verticale, azionando Lukaku per le sponde, Raspadori fra le linee o le due mezzali McTominey e Billing ad aggredire la profondità.

Il problema era però la mancanza di produttività offensiva quando si trattava di gestire il possesso. In questo senso il Napoli è completamente mancato, riducendo la propria pericolosità alle volte in cui riusciva, tramite il pressing alto, a riconquistare la palla nell’altra metà campo. Come accaduto in occasione dell’unica, vera palla gol creata nei primi quarantacinque minuti, quella che Raspadori tramutava nella rete del pareggio (dopo lo scellerato autogol di Rahmani che aveva portato in vantaggio i padroni di casa).

Nella ripresa però l’intensità del Napoli subiva un netto calo. Di conseguenza, venivano fuori le qualità in palleggio del Como. Come suo solito, Fàbregas ha presentato una formazione estremamente fluida, con Strefezza che agiva da attaccante esterno in fase di possesso ma da quinto di difesa quando a muovere palla era il Napoli.

Davanti, a sostegno di Nico Paz falso nueve, si muoveva Diao, pronto a guadagnare l’ampiezza così come a stringere centralmente per accoppiarsi all’iberico nel momento in cui vsi trattava di costituire la prima linea di difesa comasca.

Con elementi offensivi quali i già citati Paz, Diao, Strefezza e il francese Caqueret, muovere palla in mezzo a linee non più intense come in precedenza è diventato un gioco da ragazzi. Se ne accorgeva anche Fàbregas, che buttava dentro Cutrone al posto dell’ex Lione per varare un 4-2-3-1 puro alla ricerca dell’intera posta in palio.

Non prima però che Conte, giratosi verso la propria panchina, decidesse di immettere Anguissa per Billing e Simeone per Lukaku. Se il primo cambio poteva essere giustificato anche dalla scarsa condizione atletica del danese, il secondo rispondeva all’esigenza di avere un centravanti verticale, al quale potersi appoggiare per attaccare gli spazi che il Como lasciava alle spalle della difesa.

Cambi che sortivano, inizialmente, gli effetti desiderati, tanto è vero che il Napoli riusciva a crearsi una nitida palla gol vanificata da una conclusione troppo centrale di McTominay (con annesso buon intervento di Butez).

L’inerzia della gara si era però spostata da parte lariana. E così, anche se alla fine il Como non creava granché, la voglia di fare la partita e di vincere veniva premiata dal gol di Diao che decideva le sorti dell’incontro.

Alla fine Conte ha provato a cambiare la partita sia prima che dopo il vantaggio comasco, ma senza riuscirci. Le armi che aveva a disposizione, come detto, non erano molte. E qui si torna al mercato. Forse aver trattenuto Kvaratskhelia fino all’ultimo e fino a gennaio non ha giovato ad una campagna di rafforzamento che, con maggior tempo a disposizione, avrebbe potuto portare a Conte qualche rinforzo di maggior qualità. L’infortunio occorso a Neres ha poi ulteriormente inciso sul potenziale a disposizione di Conte in attacco.

Il fatto che Giovanni Manna, al termine della sessione invernale, abbia sentito la necessità di dover chiedere scusa per quello che la società ha provato ma non è riuscita a fare, è sicuramente lodevole, ma serve anche a togliere responsabilità all’allenatore. Il quale, da parte sua, sembra soffrire le aspettative di una piazza che vorrebbe (e forse ritiene) il Napoli competitivo per la corsa al quarto scudetto. Dov’è quindi la verità? Il Napoli è davvero attrezzato per il tricolore (il quarto della sua storia)? Oppure è veramente un’impresa che ha del miracoloso già il solo fatto di trovarsi lì, a combattere con Inter e Atalanta (e forse Juventus)? Se fosse vera la prima ipotesi, in caso di mancata vittoria qualche responsabilità andrebbe addebitata anche allo stesso Conte. Se invece, come giudica il tecnico pugliese, la rosa non è assolutamente competitiva per centrare il piazzamento più ambito, allora arrivare secondi, terzi o quarti non sarebbe un fallimento, ma un risultato prestigioso visto dove si trovava il Napoli nell’estate scorsa, pochi mesi dopo aver chiuso in maniera disastrosa la campagna valida per la difesa del titolo vinto l’anno prima con Spalletti in panchina.

Su questo tema, ognuno può farsi la sua idea. Tempo per discutere ce n’è. Meno sembra invece il tempo a disposizione per il prosieguo del matrimonio fra il club di Aurelio De Laurentiis e Cont, con quest’ultimo che, di fronte ad eventuali offerte da società con altre ambizioni e con un portafoglio importante, potrebbe probabilmente salutare tutti e andare via. Lasciando i Lukaku a Castel Volturno o portandoseli ancora dietro? Ai posteri l’ardua sentenza…

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