Come eravamo: l’Atalanta di Pierluigi Frosio

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Eretici, visionari, rivoluzionari…ogni termine di rottura è buono per descrivere il panorama di quei tecnici che, sulla scia dei successi di Arrigo Sacchi al Milan, cercarono di replicarne il verbo e i principi di gioco in altre realtà nell’Italia del finire degli anni ’80 e degli inizi della decade successiva.

Molti di loro sono rimasti famosi, o per i successi conseguiti (Nevio Scala) o per i fragorosi insuccessi (Corrado Orrico, Gigi Maifredi). Di altri, invece, si è persa in qualche modo la memoria. Colpevolmente perché, al di là di un paragone impossibile con l’Arrigo, hanno avuto una carriera al di sotto delle loro qualità, colpevoli solo di non aver trovato la condizione giusta per esprimere il loro valore. Ma anch’essi hanno in qualche modo contribuito alla diffusione della zona in Italia.

Pierluigi Frosio con Sacchi ha avuto anche a che fare direttamente. L’ex capitano del Perugia dei miracoli (secondo da imbattuto nel 1978-79) decise infatti di giocare l’ultima stagione della sua carriera da calciatore nel Rimini, proprio alle dipendenze di un giovane Sacchi.

Dal non ancora profeta di Fusignano, Frosio apprese i segreti della zona.  ‹‹Ricordo quella stagione come la più divertente della mia carriera, sicuramente quella in cui ho lavorato di più›› ricorderà poi.

Dopo aver guidato con successo il Monza di Pierluigi Casiraghi e Giovanni Stroppa, Frosio ha l’occasione di affrontare la serie A anche da tecnico. Viene infatti chiamato a guidare l’Atalanta, superando in volata la concorrenza del più navigato Gigi Radice. L’eredità è pesante: si trattava infatti di sostituire Mondonico, che in nerazzurro aveva fatto grandi cose. (una semifinale di coppa delle coppe nel 1988).

L’eredità di Mondonico consisteva anche di un 7° posto in campionato che aveva permesso agli Orobici di guadagnare l’accesso alla Coppa Uefa 1990/91. Rispetto all’annata precedente i bergamaschi dovevano quindi dimostrare di essere in grado di assimilare un gioco diverso (dalla marcatura a uomo a quella a zona), perdendo nel frattempo un giocatore importante come Armando Madonna (enfant du pays, ceduto alla Lazio).

Sostituire Mondonico non era certo un compito facile.

‹‹Credo che Mondonico abbia compiuto qui il suo capolavoro›› dichiara Frosio nelle parole riportare da un Guerin sportivo dell’agosto del 1990. ‹‹Mi sono ritrovato a disposizione un gruppo cementato, ragazzi seri con una grandissima volontà di emergere. Ma a nessuno, per ciò che mi risulta, è mai stato concesso di sgarrare››.

Ma come si presentava quella squadra al via della nuova stagione?

In porta era rimasto Fabrizio Ferron, uno dei migliori numeri uno della sua generazione. Non a caso, ad un certo punto della sua carriera si cominciò a parlare anche di convocazione in Nazionale, in un periodo in cui era molto difficile andare in Azzurro).

I terzini rimasero Renzo Contratto e Luigino Pasciullo. Al centro della difesa ecco un volto nuovo nella figura dell’ex napoletano Tebaldo Bigliardi. Sottoutilizzato in Campania, Bigliardi troverà invece spazio nelle sue tre annate atalantine.

L’altro centrale di partenza era il leccese Domenico Progna, già in passato nel giro della fortissima nazionale Under 21 di Azeglio Vicini.

In mezzo al campo Frosio poteva contare su una delle ultime annate da giocatore di Glenn Strömberg (lo svedese appenderà e scarpette al chiodo nel 1992). Prima dell’inizio della stagione l’allineamento dell’undici iniziale dei bergamaschi prevedeva l’ex IFK Göteborg e Benfica ad ancorare, giocando davanti alla difesa, una mediana completata da Valter Bonacina, dal regista Eligio Nicolini e dall’esterno Carlo Perrone.

‹‹È lo stesso ruolo che mi sono trovato a ricoprire nella Nazionale svedese durante l’ultimo Mondiale›› dichiara Strömberg. Dietro a loro, pronti alla bisogna, c’erano tutta una serie di new entry quali Fabrizio Catelli, Roberto Bordin e Tiziano De Patre, ex giovane di belle speranze che poi non avrà una carriera all’altezza del talento.

In avanti ecco i due sudamericani Claudio Caniggia e Evair. ‹‹Accanto a Caniggia, Evair ha la possibilità di esprimersi al meglio. Li vedo molto bene in tandem. Claudio è molto veloce, sa smarcarsi con grande tempismo, mentre Evair ha doti tecniche sicuramente superiori alla media›› commenta il neo tecnico nerazzurro.

All’inizio della stagione Frosio parla chiaro, invitando tutti a tenere i piedi per terra. E parla anche del modulo di gioco: ‹‹Chissà perché tutti da un po’ di tempo mi hanno appiccicato addosso l’etichetta di zonarolo. Io credo che questa squadra debba saper giocare sia a uomo che a zona, insomma deve sapersi adattare a tutte le situazioni tattiche››.

‹‹Che dire della zona?›› ebbe a proseguire Frosio. ‹‹Non sono contrario, semmai sono molto realista. Così, con una squadra che, nonostante sia in Europa, non può fare dell’alta classifica il suo obiettivo, io non posso adottare una zona totale››.

E ancora: ‹‹il mio Monza giocava a zona? Questo non vuol dire proprio nulla. Un allenatore struttura gli schemi in base agli uomini che si ritrova a disposizione. Chi ha cercato di fare il contrario ha sempre pagato pedaggio!››.

Nell’epoca dei primi vagiti della difesa a zona e della zona sporca di Franco Scoglio, ecco quindi l’idea di una Atalanta con il libero (Progna) e due marcatori che si scambiano gli avversari, con una zona totale a centrocampo e grande pressing.

Frosio riteneva che il suo futuro nel calcio sarebbe rimasto l’allenare i giovani, come da prima esperienza con la Primavera del Perugia. Quel Perugia del quale, da giocatore, era stato capitano. E pensare che al calcio Frosio era arrivato provenendo dal ciclismo, sport che aveva praticato per due anni a livello agonistico, prima di passare al pallone.

Nel 1967 il suo primo ingaggio, in Serie D con la Pro Sesto. Diciannove anni, fisico imponente, dopo due stagioni a Sesto San Giovanni, due al Legnano e una al Rovereto, nel 1972 il salto in B, al Cesena di Gigi Radice. Al termine di quel campionato la compagine romagnola venne per la prima volta promossa in Serie A.

Da lì poi il passaggio al Perugia, le sei stagioni in Umbria con i Vannini, i Bagni, i Ceccarini e i Nappi (culminate nel secondo posto del campionato 1978-79) e poi, nel 1984, il passaggio al Rimini. Dove incontra, come allenatore, Arrigo Sacchi.

Le cose in campionato, nonostante una buona partenza, non andarono bene e Frosio venne esonerato a gennaio, dopo una serie di tre sconfitte in classifica ed un quart’ultimo posto che spinse la società a tornare sui propri prassi, chiamando un tecnico old school come Bruno Giorgi. Fu, quella, una stagione travagliata per la Dea, che dovette fare i conti anche con la tragica scomparsa, un incidente stradale, del presidente Cesare Bortolotti.

Andò meglio il cammino europeo: l’Atalanta infatti riuscì ad eliminare compagini come a Dinamo Zagabria, Fenerbahce (guidato da Guus Hiddink) e Colonia prima che fosse l’Inter di Trapattoni ad estrometterla dal torneo in uno scontro fratricida (ma con Giorgi in panchina).

A proposito della Dinamo, per Frosio ‹‹il calendario di Coppa ci ha assegnato al primo turno un avversario duro, un avversario vigoroso. Però abbiamo anche noi gente di grande esperienza internazionale: conto su Strömberg, su Caniggia e anche su Evair, che si è presentato in ritiro trasformato, finalmente al meglio dell’efficienza fisica››.

All’epoca giocare nell’Est Europa non era facile, sia per motivi ambientali (con il pubblico sempre caldo un po’ in tutti i Paesi oltrecortina) sia perché, diversamente da oggi, non si avevano molte conoscenze degli avversari. Al più qualche VHS o le relazioni di qualche osservatore spedito in loco.

Nonostante ciò l’Atalanta riuscì a eliminare i croati (allora ancora jugoslavi) grazie al gol segnato in trasferta a Zagabria da Evair.

Il tutto faceva seguito all’0-0 casalingo registrato in una partita nella quale Frosio, alle prese con le assenze di Strömberg (squalificato) Evair e Nicolini (infortunati) si era inventato con successo Perrone attaccante a sostengo di Caniggia e Catelli a centrocampo.

Un’altra partita da ricordare fu quella che vide i ragazzi di Frosio avere la meglio sul Cesena del futuro tecnico juventino Marcello Lippi (fra l’altro anche lui esonerato durante quel campionato)

Alla fine, l’esperienza di Bergamo fu sfortunata per Frosio. La sua carriera da tecnico conobbe altre tappe fra B e C (Como, Modena, Ravenna, Novara, di nuovo Modena, Monza, Padova, Ancona, per finire col Lecco nel 2006) contrassegnate anch’esse da non poca fortuna.

Un peccato per un allenatore che, agli inizi, stava contribuendo a far voltare pagina al calcio italiano, per introdurlo in quella modernità prepotentemente arrivata con l’epopea milanista di Sacchi.

Pierluigi Frosio ci ha lasciato prematuramente nel febbraio del 2022. Ma il suo ricordo come allenatore, pur privo di grandi successi (una Coppa Italia di C col Monza nel 1988 e una promozione dalla C2 alla C1 col Novara nel 1996), resta vivo in chi ha saputo guardare oltre i trionfi, vedendo in lui (come in altri tecnici di quel periodo) un portatore di novità e di progresso per il calcio italiano.

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